Adeus, Chapecoense! Un sogno infranto dal destino


Il volo della Chapecoense si è interrotto per sempre. L’analisi della tragedia che ha stravolto il mondo dello sport e non solo

– di Tiziano De Santis –

Il British Aerospace 146, aereo dello schianto della Chapecoense (ph. Corrieredellosport.it)

Il British Aerospace 146, aereo dello schianto della Chapecoense (ph. Corrieredellosport.it)

Quando si pensa al calcio molto spesso la mente viaggia tra un mondo fatto di milioni e uno degli sport più amati di sempre: il fallo umano non sembra rientrare nella sfera di chi gioca, spesso e volentieri considerato una star, un divo, un idolo. Eppure a venir prima del calciatore è la persona, con tutti i suoi limiti dettati dall’essere tale. Pensare che debba accadere una tragedia per farci estraniare dall’idea del calcio e riportarci alla realtà fa venire i brividi, ma probabilmente è questo il limite di chi ama questo sport e, forse, anche di chi lo pratica. Ieri il mondo si è fermato per abbracciare per l’ultima volta i giocatori della Chapecoense, club della Serie A brasiliana nato nel 1973 e militante soli sette anni fa nella Serie D dello stesso Paese sudamericano. Dopo aver vinto per la terza volta il Campionato Statale nel 2007, il club calcistico di Chapeco ribadì il trionfo nel Campionato Catarinense nel 2011, prima delle promozioni che permisero al team di approdare in Serie A nella stagione del 2014, terminata in seconda posizione subito dopo il Palmeiras. Nella giornata di oggi si sarebbe dovuta disputare la finale della Copa Sudamericana tra l’Atletico Nacional e i ragazzi della Verdão, autori dell’eliminazione dalla competizione prima dell’Independiente di Gabi Milito e poi del San Lorenzo di Diego Aguirre.
Qualcosa, però, durante il volo che portava la Chapecoense a Medellin, è andato storto: l’aereo è caduto alle ora 10 locali (le 4 italiane) in Colombia spezzando la vita di 71 persone. Nemen, Demerson, Boeck, Andrei, Hyoran, Winck, Martinuccio (ex Villarreal e Verona), Moises e Nivaldo sono i nove giocatori della prima squadra della Chapecoense che non sono saliti sull’aereo in quanto non convocati per la partita. Matheus Saroli, figlio del d.t. del club, avendo dimenticato il passaporto, non è rimasto a San Paolo. I sopravvissuti allo schianto, invece, sono tre: il secondo portiere Jackson Follman, attualmente in terapia intensiva dopo aver subito l’amputazione della gamba destra, il terzino sinistro Alan Ruschel, vittima di una frattura della 10ª vertebra e di una lesione spinale e il difensore Helio Zampier Neto, in condizioni molto gravi a causa di un trauma cerebrale e fratture esposte degli arti. Il portiere Danilo, invece, portato d’urgenza in clinica, è deceduto in seguito alle ferite. Tra i morti si ricordano Bruno Rangel, attaccante tornato dall’esperienza in Qatar, il mefiano Gil, il terzino Dener, il centrocampista ex Atletico Madrid Cleber Santana e il difensore 32enne Filipe Machado, ex Salernitana nella stagione 2009-2010. L’allenatore era Caio Junior, passato anche dalla panchina di Palmeiras, Botafogo e Flamengo.
Quel che rimane è un sogno mandato in frantumi da un problema elettrico all’impianto di un British Aerospace 146, che avrebbe ricevuto l’autorizzazione per un atterraggio d’emergenza prima di cadere e spezzarsi in due in prossimità del Cerro Gordo, montagna difficile da raggiungere a causa del fango. La Conmebol ha optato per la sospensione di tutte le attività, mentre l’Atletico Nacional ha nobilmente chiesto alla Confederazione Sudamericana di assegnare la coppa alla Chapecoense. Il mondo dello sport e non solo si è fermato alla notizia della sciagura, toccato da una favola stupenda travolta dall’orrore della morte. Non è la prima volta che la destinazione degli agonisti viene interrotta da un destino così perfido, la tragedia del Grande Torino ne è la prova.

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