Boniciolli-Donadoni-Ramagli: fenomenologia dell’allenatore a Bologna


I monologhi di Boniciolli, le perenni critiche a Donadoni, il low profile di Ramagli: tre storie diverse al volante dello sport bolognese

– di Alberto Bortolotti –

Matteo Boniciolli, coach Fortitudo (ph. Giorgio Neri)

C’è un giovane collega, non bolognese, che esce tra il divertito e il basito dai dopopartita Fortitudo. Vuoi per una riconosciuta abilità dialettica del coach biancoblu vuoi per una naturale tendenza di tanti colleghi a non disturbare il manovratore, come si leggeva su tram e filobus di quando eravamo giovani, trattasi di monologhi in cui l’interlocutore è soggiogato dalla preponderanza fisica e orale di Matteo Boniciolli (di sicuro il tecnico più blasonato tra i tre principali operativi a Bologna, e il più performante in stagione. I numeri contano). Opporsi a questo “fiume di parole” molto meno arginabile di quello dei Jalisse di sanremese memoria o è impossibile o non interessa proprio a chi deve portare a casa la pagnotta mediatica (tanto il “titolo” c’è sempre). Sono lezioni di basket e vita (più le seconde delle prime) che non intendono dare corpo a nessuna ipotesi di interlocuzione o replica. Prendere o lasciare. Per come sono fatti i media oggi, con il trionfo del “copia incolla”, è grasso che cola. Sostenere però, come sento da una predominante agiografia nella comunicazione (radiofonica, televisiva, “giornalesca” o libraria: e quest’ultima è la nuova frontiera), che si tratta di dialogo è troppo. E’ la stessa idea del confronto che avevano Stalin, Mussolini o il Marchese del Grillo. Io sono io…con quel che segue.

Roberto Donadoni, tecnico del Bologna (ph. Schicchi)

Donadoni, invece, pare essersi svegliato da una letargia prolungata. Gli manca, e non poco, l’autocritica (quindi può fare, in ordine, o l’allenatore, o il giornalista oppure il tifoso), però dà inattesi segni di vita. Non solo in partita, punendo – giustamente ! – con panca anticipata i trasgressori di linea pigri, svogliati o troppo intraprendenti. Ma anche in conferenza. E questa ad onta dei trabocchetti che, con mellifluo incedere tipo Gattopardo, e consumata abilità di dribbling tipicamente sicula, gli pone il nostro Nigro, immancabile interlocutore d’avvio dei dopopartita. O il preciso e ottimo collega Vitali del Carlino, una garanzia professionale: nella geografia mediatica, il Pallone Gonfiato è al Governo (donadoniano) e il giornale della città all’opposizione (sempre del mister). Il nono posto conquistato dopo il sofferto e poco brillante successo al Bentegodi non ha placato le ire degli iconoclasti che vorrebbero bruciare il mister sulla pubblica piazza come fosse Savonarola. E’ un tam tam ossessivo che si alimenta di radio e web e riceve consistenti punture da parte di diversi giornalisti, certo non estimatori di Donadoni ma che trovano così un facile mainstream. Sempre gli stessi concetti, poca valorizzazione dei giovani (!?), modulo sbagliato (mah, tutti professori…), poco gioco (il centrocampo ha qualità modesta, come si fa a fare gioco?). Tutti i giorni. Non conta che si prendano pochi gol (inizio stagione) o che se ne faccia uno in più (Verona). E il bello è che nessuno ha il coraggio di rivolgersi al vero e unico responsabile della intoccabilità di Donadoni, che è Joey Saputo. Timori reverenziali e servilismo si intrecciano. Più comodo sfogarsi così, in fondo è gratis (per quanto inutile).

Il coach virtussino Alessandro Ramagli (ph. Schicchi)

Nel contesto si defila Alessandro Ramagli. A lui nessuno dedicherà un libro, e’ come Tavecchio, bruttino, tambucciotto, e non alza (quasi) mai la voce, non demolisce chi ha giocato con lui e per lui e non ha pennellato cross per Van Basten. Al massimo il Milan dei trionfi berlusconiani l’ha ammirato dagli spalti di San Siro. L’impresa di portare la Virtus in A oramai e’ storia, adesso emergono le difficoltà di un abbrivio in fondo prevedibile, fondere vecchi eroi e nuovi protagonisti rampanti era uno sforzo generoso e comprensivo della esigenze della proprietà, ma alla fine ti trovi tutti contro, ognuno convinto di salvare se stesso e la baracca con un assolo. Lui predica il “noi” come Ulivieri ed è un mondo in cui chi ragiona al plurale fa poca strada. Dei tre e’ quello che preferisco. A fine stagione prenderà i suoi stracci, tornerà a Livorno e riemergerà qui da avversario. Forse un coro, un applauso. Tutti meritati. Vincere quel campionato, di fronte agli unti del Signore che si vedevano da subito sul gradino più alto del podio, è stata una gran cosa.

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