A tavola col Bortolo: il bollito, Ghirelli e Guazza


Ricordi di incontri con grandi personaggi del mondo dello sport avvenuti attorno ad un tavolo imbandito. Oggi Giorgio Guazzaloca e Antonio Ghirelli

– di Alberto Bortolotti –

1999, il mio macellaio diventa Sindaco della mia città. Nel 1970 i miei comprano un appartamento nella neonata Via Sabotino, “tombata” pochi anni prima (un pezzo del canale si vede ancora davanti alla chiesa della Grada). Nel lotto di negozi sottostanti sorgono un autoricambi frequentatissimo e una macelleria di qualità.

Noi eravamo dei fottutissimi tradizionalisti. Nel senso (avendo la nonna materna in casa, che mi accudiva: i miei lavoravano entrambi) che ogni domenica facevamo il brodo. Salvo, forse, la piena estate. Il brodo, certo, era fatto per mangiarci tortellini, passatelli, taglioline, quadrettini, zuppa imperiale. Ma la carne cotta era ed è fondamentale.

Giorgio Guazzaloca, eletto nel 1999 sindaco di Bologna (ph. La Stampa)

Il fornitore di materia prima era lui, Guazza, titolare della macelleria omonima. Detto più semplicemente Giorgio: camice bianco, camicia, cravatta, una naturale predisposizione alle pr ma la mano molto ferma nel taglio. La “copertina”, ovvero il blocco di carne di manzo da mangiare con salsa verde e mostarda cremonese, più la patata lessata nel brodo stesso, erano un accompagno naturale delle domeniche (e dei giorni successivi. Gli avanzi, detti anche “svanzoj”, diventavano polpette o nutrimento di frittate variopinte). Giorgio un fornitore sublime. Una sicurezza. Non solo su quello: filetti, fiorentine, suzeza. Petti di pollo e tacchino verranno di moda dopo. In quegli anni furoreggiava il galletto amburghese da grigliare “sdraiato”.

Bene, il “piccolo mondo antico” – no, postmoderno, ma non faceva poi tanta differenza – di Via Sabotino gli stava stretto, si vedeva a occhio nudo. Giorgio scalerà i vertici delle associazioni di categoria e poi porterà il suo ragionato e illuminato civismo, scevro da desideri di rivincita verso gli avversari così di moda oggi, fino a Palazzo d’Accursio. Un manipolo di cretini alla sua vittoria alza il braccio nel saluto romano: non avevano capito niente dell’uomo e politico Guazza. Quelli che vogliono stravincere…

Giorgio era un vero sportivo. Conservò fino alla fine un assegno di 5000 lire (lo cambiai alla cassa della macelleria) di Match Ball che così ricompenso le mie corrispondenze di raccatapalle agli assoluti di tennis della Virtus del settembre 1970. L’anno dopo venne con me a Firenze per la rivincita tra Pietrangeli e Panatta.Nel ’76 mi recai con il mio compagno di banco Federico De Pascale a vedere Australia-Italia di Davis al Foro Italico, prodromo del trionfo in Cile, e volle che gli raccontassi tutto.

A pallone aveva giocato con Giacomino, con il quale poi farà coppia fissa all’Osteria del Sole in briscole e tressette appassionati. Tifosissimo rossoblu si godette lo scudetto e supportò Gazzoni nei suoi voli immaginifici.

Ma il botto politico attraversò il paese e il continente. Bologna la rossa che s’imbianca (s’annerisce no, la stessa pattuglia di AN fu molto equilibrata) era un evento epocale.

E qui subentra il mio commensale, un altro monumento del giornalismo italiano. Antonio Ghirelli, detto Tonino, già universitario del GUF, poi comunista, aderì al Partito Socialista nel ’56, dopo i fatti d’Ungheria. Ha diretto Tuttosport e il Corriere dello Sport. Ha fatto il capoufficio stampa al Quirinale di Pertini e a Palazzo Chigi di Craxi. Poi ha diretto il TG2. Infine si è rimesso a scrivere. E il Mattino lo manda a Bologna, a capire se la città è diventata di destra o semplicemente i voti cominciavano ad andare in libera uscita anche in considerazione di fatti e persone.

Tonino era amico di papà e zio. Ma all’epoca della mia esperienza al Guerino ci si era sentiti più volte e poi all’epoca io mi interessavo anche di “politica” e di bianca. Sull’onda di radicati convincimenti familiari, condividevamo la stessa matrice ideologica (e io non l’ho cambiata). Nonostante la differenza di età, ero fiero di essergli amico.

Insomma mi cerca e mi propone di pranzare al Diana perchè c’era stato con il Presidente. Per me era come invitare il classico tedesco a bere. Il Diana io lo considero prima di tutto il ristorante di Porelli, pranzi sotto la specchiera a chiacchierare di basket, politica e donne (di almeno due di questi argomenti l’avvocato era mooolto più esperto di me).

Sono affezionato alla famiglia Tedeschi che lo possiede e a Eros Palmirani che lo pilota. Mangio sempre e solo il bollito, dal carrello (con tutti i contorni possibili !), al posto del pane la crescenta tagliata a blocchi quadrati, poi la crema con il cioccolato caldo fuso. Sono un abitudinario, nei posti dove vado spesso. Al mare pranzo da 20 anni nel medesimo ristorante riccionese e ordino sempre la grigliata, talora limitata ai soli spiedini.

Antonio Ghirelli, una vita nel giornalismo italiano (ph. Il Denaro)

Tonino era molto più smilzo di me ma mangiò il doppio. Antipasto, primo, secondo, dolce, gradiva tutto. Con Eros furono dolci i ricordi di Sandro Pertini, una persona che riusciva a farsi voler bene.

Da me volle capire il perchè della vittoria di Guazzaloca. Io insistetti molto sulla inadeguatezza della candidatura di Silvia Bartolini, ruvida e dura (non che Guazza fosse un tenerone…) come non si poteva essere. Stritolata da lotte interne all’ex PCI che la fiaccarono. Mai un sorriso. Mai vista mangiare un pezzo di “copertina” o cotechino. Tanta ideologia, non superata, ma difficilmente accettabile se proposta in forma di overdose. Considerata una rompicoglioni, non so se lo fosse davvero.

Io volli sapere di Nenni. E lui mi raccontò quando fece avere a Edda, la figlia del duce (che io ho conosciuto a Castrocaro: lei, non Benito), un cesto di mele. La considerava quasi sua figlia. D’altra parte, lui faentino, Benito forlivese, già socialista. Nemici politici, un tempo sodali. Stesso dialetto. Il messaggio che accompagnò il cadeau fruttifero vergato in romagnolo.

Ghirelli era un fantastico uomo di mondo napoletano. Chiacchierammo a lungo dei mostri sacri della stampa sportiva nazionale: ironizzò su Brera e Palumbo, grande rispetto ma anche – loro – un ruolo da mantenere. Elogiò Cannavò. Tratteggiò bene i caratteri degli altri big, da Tosatti all’emergente Sconcerti. Esilaranti i racconti sul Comandante Lauro, sulle partite al Vomero e su Maradona e Ferlaino. Molti, purtroppo, non sono riferibili. Come quelli su Matarrese, Valcareggi, la staffetta a Mexico ’70. Scoprii con sorpresa che stava dalla parte di Mazzola. Verso Bearzot provava grande affetto. Lo stesso di Pertini.

Dopo quel desco non ci siamo più visti. Sentiti sì. Si ricordava sempre del Diana e di quella Bologna cambiata. Mi ricordava nella signorilità e nella bravura giornalistica Marcello Sabbatini, il mio partner del Processo al Gran Premio, il fondatore della stampa motoristica italiana.

Non a caso, un allievo della Nunziatella.

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