A tavola col Bortolo: salame d’oca, Bonarda e Gianni Brera


Ricordi di incontri con grandi personaggi del mondo dello sport avvenuti attorno ad un tavolo imbandito. Oggi Gianni Brera e Gino Palumbo

– di Alberto Bortolotti –

Credono di dileggiarmi scrivendo “il tortellone”, oppure, quando sono gentili, “il giornalista gastronomico”. Ma non sanno che mi danno la stura per alimentare un genere (no, non crearlo. Ci sono illustri precedenti. Uno per tutti, Gianni Mura) e per fare anche cose che mi divertono. Ci sono tanti boriosi autoproclamatisi esperti in tanti campi – e le tentazioni, in quello enogastronomico, bisogna ammettere che sono fortissime – ma il calcio, dalle nostre parti, temo li batta tutti.

Comunque, veniamo a noi. Debutto nella versione di degustatore abbinato allo sport nella primavera del 1982, poco prima della vittoria degli azzurri al Mondiale di Spagna.

Piccola cronistoria personale. Dall’inverno tra il ’76 e il ’77 facevo tv. Il palcoscenico era quello di Telecentro, emittente nata dalle riprese pomeridiane delle corse dei cavalli all’Ippodromo Arcoveggio. Prima con un impianto a circuito chiuso, poi con lo sbarco sul neonato etere. Che era fatto, all’epoca, di Videobologna/TeleCarlino, di Punto RadioTv, TeleradioBologna, Telecittà, TeleZola, Bologna Uno, Telesanterno, ma soprattutto di Capodistria e della Tv Svizzera che trasmettevano la Coppa dei Campioni di calcio e basket.

Telecentro dopo l’abbandono degli studi dentro la tribuna dell’ippodromo trovò spazio e sviluppo all’ex cinema K2 della Ponticella. Nacquero i primi show, e arrivarono le prime “star” di importazione: debuttò Nando Pucci Negri, marito di una figlia del Duce. Gli portai come ospite il presidente del Bologna Fabbretti. Nella sua Jaguar figurava uno dei primi telefoni portatili di Bologna (l’undicesimo numero, secondo il filologico racconto di Romano Bernardoni, che gli vendette l’auto e gli procurò il cellulare. Oddio, sembrava una cabina…). Per arrivare in tv il proprietario rossoblu si infangò tutte le scarpe candide!

Ebbi sì contatti con il mondo della carta stampata, terreno di coltura di papà e zio, ma diciamo che non ne fui particolarmente intrigato (a proposito di lavoro, feci poi due anni formativi al Guerino tre lustri dopo),

La radio l’avevo cominciata nel ’76 in una oscura emittente di Altedo, Canale 11 (chiamato là dal mio compagno di banco del liceo), e avevo proseguito con la più professionale Antenna Uno (se ti piace la crema !).

Gianni Brera, probabilmente la più importante firma della storia del giornalismo sportivo italiano (ph. A Million Steps)

Mi attendevano laurea in Storia Contemporanea e poi il servizio militare (riuscii miracolosamente a fare solo due mesi a Falconara, poi gli altri dieci al Distretto di Bologna. La destinazione originale era Merano, poi Cuneo. Mi salvò un mazzo di garofani rossi…).

Inizialmente la tesi volevo dedicarla al Partito d’Azione, la cui storia mi affascinava. Il mio relatore mi disse che sarebbe uscito di lì a poco un libro dettagliatissimo. Ero arrivato secondo. Cambiai tiro e relatore, buttandomi incautamente tra le braccia di una ricca ultrà rossa riminese, prof per noia, e gelosissima delle mie collaborazioni giornalistiche (corrispondevo per il “Giornale” di Montanelli, figuriamoci…). Questa signora insegnava storia del giornalismo: non conoscendolo, ma fin qui poco male.

Com’è, come non è, vincendo le resistenze di costei, discuto la tesi e mi laureo cum laude, aggiungendo in fondo al mio lavoro – la storia del giornlalismo sportivo in Italia – tre (contestatissime dalla cattedratica) piccole “perle”: le interviste a Gianni Brera, massima autorità giornalistica italiana, a Gino Palumbo, direttore della Gazzetta (acerrimo nemico di Brera) e a Paolo Facchinetti, storica firma gueriniana e saggista della categoria.

I due appuntamenti milanesi vengono fissati, per comodità e risparmio, da mio zio Adalberto nello stesso giorno (piccola parentesi. Il Bortolotti sr. era professionalmente un pupillo di entrambi, desiderosi di portarselo sui Navigli). A pranzo con Brera e in redazione al pomeriggio da Palumbo. Mi accompagna a Milano la mia morosa (poi mia moglie) che si parcheggia da un’amica.

Brera abitava…a Brera! E aveva sotto casa un’osteria pavese, tanto per sentire la nebbia del Po anche a Milano. Mi attendeva a mezzogiorno. Riesco a essere puntualissimo. Viaggiare allora prevedeva uno svantaggio enorme (zero navigatori, ci si affidava a intuito e buon cuore di chi dava le indicazioni) e un grande vantaggio (centri storici aperti e parcheggiabili). Anzi, due. Non esistevano i limiti di velocità. Andare a Milano tenendo i 160 di media era roba da ridere.

Suono, salgo e mi riceve un’austera cameriera. “Il Dottore sta ancora riposando, tra poco lo sveglio”. Nespole, penso, si prevede una giornata lunga. In mezzo ai velluti ottocenteschi, dopo una mezz’oretta, compare Lui. Vestaglia damascata, olezzo di sigaro, mi scruta altezzosamente e fa “Le offro un the!”. “Grazie, eccellenza (e come cacchio dovevo chiamarlo?). Però l’ho già bevuto alle 8 stamattina”. “Bene, glielo faccio portare”. Ok, chi comanda è chiaro.

Ancora un tre quarti d’ora di attesa in questa specie di museo e lui giunge vestito di tutto punto.

Gino Palumbo, storico direttore della Gazzetta dello Sport tra il 1976 ed il 1983 (ph. Il Giornale)

Scendiamo nella trattoria pavese. Ora, il menu di preciso non me lo ricordo. Ma ho due particolari indelebili. Il primo riguarda il salame d’oca, piatto principe del “terroir” pavese. Tre fette (grosse un dito!) a lui, tre a me. Lui ne assaggia una, fa una smorfia, sussurra una cosa all’orecchio del cameriere – che lo trattava con un misto tra deferenza e terrore – e poi mi fa: “è buonissimo, mangi anche le mie. Io sono abituato”. “Grazie, ma penso ci sia altro”. “Ho le mani pulite!”. E mi sfrombola le fette rimaste nel piatto. Che si fa? Vai anche con le altre due, claro que si. Quel che non ammazza…ingrassa (e si vede !).

Particolare numero due: le bottiglie di vino. Il sor GioanBrerafuCarlo mangiò come un passerotto ma bevve come un portuale. Passammo in rassegna tutte le Bonarde dell’Oltrepò e alla fine si contarono ben 6 bocce (vuote !) sul tavolo.

Io ero sbronzo, sudato come un assassino, travolto dalle sue chiacchiere ampollose e cariche di storia e in queste condizioni disperate dovevo nientepopodimenoche recarmi in Gazzetta. Come dire che entravo in Duomo e mi riceveva l’Arcivescovo. Messo così !!??

I contenuti? Tutto lo scibile umano. A pensarci bene fu una spettacolare lezione di vita ma con pochi ancoraggi alla professione. D’altra parte, un preclaro fuoriclasse solipsista cosa può insegnare agli altri? Ricordo distintamente la rabbia non ancora sopita sullo scudetto del ’64, e un’ironia pesantina da digerire (pensavo “ai sta bèn, a lour què!”) oltre a un cazziatone più volte ripetuto. “Ma lei non prende appunti !”.

Da Palumbo fu una “sveltina”. L’amplesso giornalistico pluriconsumato con Brera mi aveva svuotato. Il nobiluomo partenopeo prestato ai polentoni aveva da fare in orario in cui nasce il giornale. Fu cortese, educatissimo, più preciso, ma molto più rapido ai limiti della sbrigatività. Strano: di solito i meridionali parlano e i settentrionali agiscono. Quel giorno fu il contrario.

Non so se mi resi conto di avere conferito, lo stesso giorno, con due pezzi di storia (uno, Brera, si dice avesse tirato in tribuna stampa a Brescia una macchina da scrivere addosso all’altro! O uno schiaffo, come è stato poi riferito dai biografi. Insomma, si detestavano. Il campano “offensivista” e il lumbard amante del gioco all’italiana. Zeppole e panetùn. Mondi inconciliabili). Allora no, eppure avevo fatto, grazie allo zio, una cosa più unica che rara.

Oggi non mi resta neanche un selfie. Eh, una parola. Non so nemmeno se nell’82 ci fossero le Polaroid.

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