Addio ad Eusebio: un “ponte” tra epoche diverse


Le statistiche raccontano di un attaccante che ha segnato più goal di quante partite abbia giocato in carriera, 585 marcature in 571 match per la precisione. Un attaccante potente, forte fisicamente e dotato di grande tecnica e fantasia, come pochi nella storia del gioco. Ma Eusebio da Silva Ferreira, più semplicemente Eusebio, non era solo questo. Il calciatore portoghese più forte di tutti i tempi si è spento nella notte a Lisbona, aveva 71 anni e un ictus alle spalle, che nel giugno 2012 lo aveva costretto ad abbandonare l’avventura europea in Polonia della sua nazionale, da lui resa grande tra gli anni ’60 e ’70 conquistando un terzo posto ai mondiali inglesi del ’66 (dove fu capocannoniere con 9 goal), risultato ancora ineguagliato dalla seleçao portuguesa.

Eusebio 2

Eusebio la “pantera nera” che vinse il pallone d’oro nel ‘65 (primo giocatore di “colore” a riuscirci), 2 scarpe d’oro, 11 campionati nazionali, 5 Coppe di Portogallo e una Coppa Campioni con il Benfica. Eusebio l’ambasciatore del calcio lusitano nel mondo, lui che di lusitano aveva poco o niente: nacque nel ‘42 a Mafalala, famosa baraccopoli di Maputo, la capitale del Mozambico ex colonia portoghese nel sud est dell’Africa. Mafalala rappresenta qualcosa di particolare per ogni abitante del Mozambico, un po’ come la township di Soweto per i sudafricani: quel quartiere di Maputo, allora chiamata Lourenço Marques, è stato epicentro delle lotte per l’indipendenza dal Portogallo; lì hanno vissuto alcuni dei più amati eroi del Paese, tra cui il primo presidente del Mozambico indipendente, Samora Machel, e il suo successore, Joaquim Chissano. Mafalala è anche la casa natale del più illustre poeta mozambicano, Josè Craveirinha, che nella sua autobiografia racconta come tra quelle strade sterrate non si nasce una sola volta, ma due, tre e cento, e non si ha un solo padre e una sola madre perché il padre è innanzitutto il Mozambico e la madre l’Africa. Negli anni del dopo guerra, lì, dove vivevano i poveri, ogni rinascita rappresentava la scomparsa di un problema e la comparsa di un dilemma: figli di portoghesi bianchi e madri indigene, ragazzi mulatti che crescendo non capivano se dovevano considerarsi più europei o più africani, bambini che maturavano con la convinzione di provenire da una nazione che ancora non esisteva, ma che presto, forse…

Il quartiere di Mafalala, Maputo (Mozambico)

Il quartiere di Mafalala, Maputo (Mozambico)

“Un bambino grasso comprò un pallone e soffiò- scrisse Craveirinha- soffiò con forza nel pallone giallo. Il bambino grasso soffiò e il pallone si gonfiò, si gonfiò ed esplose! Dei bambini magri raccolsero i resti e ne fecero tanti palloncini”. Ecco, questa era Mafalala ed è qui che Eusebio da Silva Ferreira cominciò a calciare per le strade, mentre Elisa Annisabana, sua madre, gli urlava dalla finestra di casa di andare a studiare, perché “solo così poteva scappare da quella miseria di mondo”. Il giovane Eusebio, però, non la pensava allo stesso modo: lui, alto e longilineo, si divertiva a correre e a calciare la palla fatta di stracci, facendo ammattire i suoi coetanei. Nel piccolo club di Mafalala, il Futebol clube Os Brasileiros, tutti i ragazzini usavano soprannomi di stelle del calcio brasiliano. Inutile dire che Eusebio veniva chiamato Pelè, un nomignolo che negli anni si portò anche in Europa. Era fortissimo quel Pelè africano, segnava sempre, e non passò molto prima che un amico dei suoi fratelli maggiori, Hilario, lo segnalasse alla dirigenza dello Sporting Lourenço Marques, allenato dall’ex portiere della nazionale italiana Ugo Amoretti. Hilario ed Eusebio fecero grande quel club: il primo nel ’58 abbandonò il Mozambico per trasferirsi in Portogallo, allo Sporting di Lisbona. Il secondo dovette aspettare di più per sbarcare in Europa, e tra il ’57 e il ’60 fece in tempo a giocare una quarantina di partite con la maglia rosso blu della capitale, segnando quasi 80 goal. I due si ritrovarono da avversari in Portogallo e da compagni in nazionale. Nel ’60 Eusebio fu finalmente notato da Bela Guttmann, allenatore del Benfica, che lo aggregò alla prima squadra. Nemmeno due anni dopo, il 2 maggio del ’62 ad Amsterdam, il Pelè africano, ora noto come la “pantera nera” o la “perla nera”, giocava titolare nella finale di Coppa Campioni contro il Real Madrid di Di Stefano e Puskas, quello delle 5 Coppe dei Campioni consecutive, per intenderci. Risultato: Benefica 5- Real 3…la perla nera ne fece 2 e tutti a casa.

Pelè ed Eusebio, avversari ai mondiali del '66

Pelè ed Eusebio, avversari ai mondiali del ’66

Da lì in poi la storia è conosciuta, i record anche. Eusebio divenne prima una star, poi una leggenda del calcio mondiale. Ma, come detto, non era solo questo: era un “ponte” nella storia, un uomo che rappresentava il passaggio da un’epoca ad un’altra. Figlio di un Paese, il Mozambico, che nasceva proprio mentre lui diventava grande, ma anche figlio di un impero, il Portogallo, che tramontava con l’accrescere della sua leggenda. E padre, forse, di ogni giocatore africano che trova fama e ricchezza in Europa. Lui che per primo raccontò a tutto il mondo quanta passione per il calcio c’è nelle township africane, tra le strade di Mafalala, dove oggi una via porta il suo nome.

 

Giovanni Baiano

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