Allo Juventus Stadium c’è tutto, manca solo un calcio piacevole e vissuto


La seconda domenica di “aggiornamento professionale” in uno stadio mi ha portato a Torino per il derby. Esaurirei la partita in poche battute: un pianto, come la maggior parte del calcio italiano che si vede oggi. Sento alla Domenica Sportiva parlare di gara tattica, vabbe’, se vogliamo scherzare facciamolo pure. Una Juventus in ciabatte, con due mezze ali svogliate, Vidal e Pogba, e un unico schema, palla a Tevez o Llorente in posizione spalle alla porta, tentativo di creare superiorità contro difensori del calibro di Glik e Bovo. Asamoah più in palla di Lichsteiner, Pirlo scolastico, secondo tempo col fiatone, nel complesso inguardabili. Torino di una modestia tecnica disarmante, le riserve del Lecce, Vives, e del Sassuolo, Kurtic, a fare gioco – si fa per dire…- , Cerci larghissimo e indolente, Immobile spesso 1 contro 5. Nel contesto desolante ci si mette anche Rizzoli, che nega un rigore ai granata. Cala il sipario, buona notte.

Juventus Stadium.

Juventus Stadium.

Lo stadio è architettonicamente bello e funzionale, un grande stemma juventino e poca pubblicità, solo a bordo campo, anche se la cartellonistica old style” sotto la tribuna ti fa venire paura che se uno ci casca sopra si squarcia la gamba. Il rimbombo e’ assordante, e’ bello vedere in tribuna tanti bimbi ma pensi che presto vengano ricoverati in un centro che cura la sordità rinogena. Le poltrone scomodissime, schienale alto ma poco larghe e con posto per le gambe pari a quello dei vecchi cinema parrocchiali. E siamo in tribuna Agnelli, riga di centrocampo li, mica in piccionaia; Marella, vedova nobile dell’avvocato, e’ una gran tifosa, austera ma sorridente nonna bianconera. Manca Yaki, ma c’è Lapo, tutto in bianco e con calore moderato. Nedved ha il solito caschetto biondo, Agnelli e Marotta soffrono, come Cairo. Il ristorante ottimo, si mangia prima, a metà e dopo, si beve benissimo barbera e moscato, menù sabaudo e “bugie” – le nostre sfrappole – spolverate di bianco, poi con quel nome tutti le accostano alla Juve,  chiaramente. Le hostess carine, sorridenti, professionali, meglio della Chiabotto, supporter vip. Il trattamento è da business class, un calcio diverso, patinato e curato.
Il tifo e’ devoto, nel senso che non passa nemmeno nell’anticamera del cervello l’idea che non si possa vincere. Crescono così, da piccoli, con l’impulso a fare 3 punti sempre e comunque. Si accorgeranno che non sempre è possibile.
Occorrerebbe un mix. Stessa cura dell’extra campo ma un po’ di pathos sul terreno di gioco. Che forse è diventata la cosa peggiore. Senza forse.

Alberto Bortolotti

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