Alonso pensa di correre nel 2014 con la Ferrari numero 27. Un omaggio al mito di Villeneuve, creato dall’indimenticabile Marcello Sabbatini


Non so se la Formula 1 riuscirà più a riproporre le emozioni del periodo d’oro. Francamente ne dubito, troppo diverse epoche, contesti, protagonisti e mezzi meccanici. Voglio confessare però di avere avuto un sussulto quando ho letto che i piloti avrebbero preso per la stagione 2014 un numero fisso (come già c’è in Motogp) e che in Ferrari qualcuno sta pensando di dare il 27 a Fernando Alonso (o a Kimi Raikkonen). Un tifoso su un blog ha scritto: “io darei il 27 (con un po’ di azzardo) ad Alonso e l’11 a Raikkonen (in ricordo del suo mito Hunt)…sennò il 6 come quando ha vinto il mondiale 2007”.

Gilles Villeneuve con il "Drake" Enzo Ferrari.

Gilles Villeneuve con il “Drake” Enzo Ferrari.

Eh già, il 27. Gilles Villeneuve, Imola, Zolder e tutto quel che segue. Il mito dei miti, al di là di successi, riconoscimenti. Qualcuno, anzi un collega famoso, – che stimo – me lo ha descritto come uno dei più grandi stronzi che avesse mai conosciuto. L’anno scorso, il giorno dell’apertura della mostra a Modena organizzata dal collezionista Jonathan Giacobazzi, ho pranzato con Joanna, la vedova. Dignità e ricordi dolcemente trasfigurati da 6 lustri passati da quel giorno tragico e immortale. Non andavano d’accordissimo, si dice, ma non ha più una grande importanza. Joanna degustava con me parmigiano soavemente affogato nel balsamico e tortellini minuscoli depositati in biondo brodo di cappone e ricordava il suo 27 come un pezzo del cuore lasciato da poco.

Per me Gilles è stato soprattutto Marcello Sabbatini, il mio maestro di professione e vita – nonostante abbia avuto papà e zio giornalisti di livello, più Alfeo, istrione autentico -. Marcello – che ho conosciuto nella parte declinante di una esistenza da signore, accompagnato da una moglie devota ma non schiacciata sulla sua prorompente personalità – volava sulle cose come Villeneuve e Montoya, l’unico che nella sua testa si avvicinava al canadese. Detestava Schumi e la Rossa degli anni ’90, aveva tanto proficuamente battibeccato con il Drake da considerare Montezemolo poco più che un intruso. Creò il mito di Gilles tanto da portarlo, sul rettilineo di Istrana, a competere con un jet (ci voleva anche una disponibilità di pilota e casa oggi impossibili: si risponde di no, spesso, perché è sparito il piacere di darsi agli altri. Poi, chiaro, le complicazioni sono cresciute).

E così rievoca la “febbre”: “Mi arrivò una decalcomania canadese che diceva “La Fievre Villeneuve”, perché c’ era già una febbre per lui in Canada; io la rilanciai con una decalcomania con su scritto “La febbre Villeneuve”. Il successo fu strepitoso, le vendite aumentarono e la febbre Villeneuve resiste ancora oggi. Tu mi dici: ma ha vinto poco, solo sei gare. Certo: ma in che modo correva? In modo unico, audace, spettacolare, genuino, generoso. Non morirà mai il ricordo per questo ragazzo”.

Se Alonso si convincesse a correre con il 27, farebbe felice due grandi. Che siano nell’aldilà ha poca importanza. E chiacchierano di macchine e di vita. Per sempre.

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