Ancora 600 giorni di Donadoni: qualche dato su cui riflettere. E da sovvertire


Dopo due anni di gestione Donadoni emergono dubbi sulla forza mentale del suo Bologna. Così il rinnovo fino al 2019 può essere stato un autogol

– di Leonardo Vicari –

Non credo ci sia un’unità di misura che scandisce la “forza” di un allenatore di pallone. Intesa come bravura, qualità, valore assoluto. Potremmo comodamente appellarci alla bacheca, ma non avremmo mai la controprova fatidica: un altro avrebbe fatto peggio? Possiamo altrimenti considerare la percentuale di raggiungimento dell’obiettivo minimo, la propensione a portare a termine il proprio contratto senza venire esonerato, oppure la capacità di adattamento a diversi tipi di situazioni. E’ quella che prediligo, quest’ultima. Perché di specialisti in salvezze miracolose (quasi mai ripetute l’anno successivo) e di pluricampioni con la squadra migliore, se ne contano in abbondanza. Mentre autorevolezza, credito, carisma poco hanno a che vedere con la categoria e lo stipendio.

Il Bologna di Donadoni è praticamente incapace di ribaltare lo svantaggio (ph. Zimbio)

Il timore che in 2 anni precisi di gestione Donadoni la squadra non sia pienamente convinta di ciò che le vediamo proporre, è un sospetto che mi porto personalmente appresso dall’alba della scorsa stagione, la prima intera del tecnico bergamasco: il compitino di troppi, gli errori in carta carbone, una crescita lenta e solo fisiologica della maggior parte della rosa. I numeri vergano su pietra un paio di dati amari, incontrovertibili, forse trascurati: il Bologna, innanzitutto, quando va sotto, non porta a casa pressoché nulla. 2015/16 (con Donadoni): su 12 volte in cui si è trovato con un punteggio sfavorevole, in 10 ha perso. 2016/17, si peggiora: su 21 partite in cui gli avversari hanno messo il muso avanti, in 19 hanno effettivamente battuto il Bologna. Ancor più impietoso il dato dell’anno in corso: siamo stati in svantaggio 6 volte, nelle quali abbiamo portato a casa zero punti. Se le cose si mettono male, la formazione di Donadoni non ha quasi mai saputo reagire (se non in 4 match su 39, un dato che fa addirittura fatica a fare percentuale). Perché non bastano più, in quelle circostanze, l’applicazione del giro palla da dietro o l’appoggio morbido alla punta e vediamo che succede. Serve l’1 contro 1, la responsabilità del tiro in porta, il rischio di uscire dallo schemino imbrattato sulla lavagna. Sempre quello, peraltro. Per non parlare dell’atteggiamento, del linguaggio del corpo, della fame. Della “voglia”, come predica al vento il tecnico.

Altro dato sconfortante: Donadoni nel 2016/17 per 14 volte in cui ha operato un cambio difensivo, o se preferite palesemente atto alla conservazione del risultato, ha peggiorato la situazione dal punto di vista del punteggio. 14 volte (in casa con Cagliari, Genoa, Lazio, Napoli, Milan, Inter, Juventus, ma pure a Verona, Firenze, Udine, Cagliari, Genova rossoblu, Bergamo, Milano rossonera) sono tante davvero per una squadra come il Bologna. Quest’anno è successo già in 3 occasioni: Napoli, Spal, Atalanta (sempre con De Maio protagonista).

Il tecnico fa e dice sempre le stesse cose, la squadra pure. Nell’intenzione di Saputo, allungare il contratto allo staff avrebbe dovuto rafforzarne la fiducia dei giocatori, suppongo. Temo invece stia finendo per erigere Roberto Donadoni su un trono troppo alto e lontano, inavvicinabile da consigli e critiche costruttive. E non mi riferisco alla stampa, già da tempo abituata ai rimbrotti del Mister in faccia alle domande più scomode, tanto che ha praticamente smesso di porgliele.

Il 30 giugno 2019 dista 600 giorni, sarebbe un peccato passarli tutti ad analizzare gli stessi dati, a polemizzare sulle presenze allo stadio, a incolpare questo o quello a seconda del partito preso, a sentire un Direttore Sportivo parlare di sconfitte figlie di rimpalli o di lezioni da imparare dalle riserve del Cittadella.

Eppure oggi, purtroppo, non ci resta molto altro da fare.

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