Arsene Wenger, un filosofo al servizio del calcio


Dopo diciannove anni alla guida dell’Arsenal, Arsene Wenger ha raccontato la sua visione del mondo e della professione in un’intervista dalla quale emerge un quadro degno di un filosofo

– di Marco Vigarani –

Arsene Wenger allena l'Arsenal dal 1996 (ph. Zimbio)

Arsene Wenger allena l’Arsenal dal 1996 (ph. Zimbio)

Allenare per quasi vent’anni una squadra di calcio è un’impresa difficilissima se non addirittura impossibile se tentata in Italia. Non è un caso che tale avvenimento possa prendere forma in un luogo nel quale la cultura sportiva raggiunge da sempre livelli più elevati come l’Inghilterra dove Arsene Wenger sta guidando l’Arsenal per il diciannovesimo campionato consecutivo. L’allenatore francese arrivò in Gran Bretagna nel 1996 praticamente da sconosciuto addirittura dopo due anni in Giappone e vincendo la naturale diffidenza di una nazione che non aveva mai affidato un club alle cure di un professionista proveniente dal continente. Da allora il suo destino non è mai dipeso strettamente dai risultati visto che i Gunners non hanno certamente fatto incetta di trofei (3 titoli e 12 coppe nazionali sono un ottimo bottino ma certamente non la testimonianza di un predominio) ma dalla profonda empatia nata con lo spirito di un club che ama lustrarsi della scoperta di grandi talenti. In un’intervista rilasciata recentemente a L’Equipe, Wenger si è raccontato senza veli mettendo in luce aspetti decisamente interessanti della sua personalità e dello spirito con cui affronta una professione unica al mondo. Dalla concezione del tempo alla durata della felicità passando per la vocazione educativa nell’allenare: sono questi i temi affrontati che hanno spinto la rivista britannica Vice Sports a chiedere ad alcuni esperti se il tecnico francese possa essere considerato addirittura un filosofo.

Esperienza anche in Giappone per Wenger prima dell'approdoi in Inghilterra (ph. ZImbio)

Esperienza anche in Giappone per Wenger prima dell’approdo in Inghilterra (ph. ZImbio)

Il tempo è per Wenger una componente essenziale visto che ha ammesso di poter concepire solo il presente come luogo in cui cercare la felicità e di affrontare sia il passato che il futuro con un’ansia difficilmente controllabile. Niente rimorsi nè aspettative, ma soltanto la voglia di impegnarsi nel quotidiano per cercare la maggior soddisfazione possibile dal proprio operato nella candida ammissione di vivere esclusivamente per il calcio senza altre ambizioni. A maggior ragione visto che il mister dell’Arsenal ha definito la felicità come un difficile equilibrio tra volere e possedere: uno scenario evidentemente familiare ad un uomo che cavalca annualmente i desideri ondivaghi di tifosi pronti a passare dall’estasi allo sconforto dimenticandosi nelle poche settimane estive del sostrato ereditato dall’annata precedente. L’approccio di Wenger alla professione (ma forse anche alla vita) non può quindi che risultare perfezionistico e metodico soprattutto a causa della missione di guida per giovani atleti ai quali è stato offerto un dono da coltivare. Una frase è assolutamente esplicativa del suo pensiero: “Non creo nulla ma devo solo agevolare l’espressione delle qualità umane“. Lo sport però è fatto principalmente di risultati da raggiungere ma anche in questo caso la versione di Wenger risulta insolita e positiva visto che il tecnico transalpino afferma di preferire il concetto di volere a quello di dovere trovando così un senso anche ai tanti anni contraddistinti da un numero limitato di successi sul campo.

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