Bologna in B. Pioli, Ballardini e una retrocessione annunciata


L’analisi di una retrocessione annunciata. Prima Pioli, poi Ballardini (e i loro staff) condannano alla B il Bologna

di Alberto Bortolotti                                                                                       

Stefano Pioli (foto bolognafc.it)

Stefano Pioli (foto bolognafc.it)

Se su altri tavoli si può e si deve discutere di società, un bilancio della retrocessione del Bologna è però da rapportare anche a rendimenti e comportamenti dei due tecnici, concause di un disastro che non era annunciato in queste proporzioni ma si è sviluppato così per presunzione, incapacità e incompetenza del presidente e dei suoi accoliti.

Rientrato da mirabolanti ferie sudafricane, Stefano Pioli si lanciò in pericolosissimi voli pindarici sulla crescita di ambizioni della squadra, oltre a sottoporla a una sorta di mutazione genetica. Da un fortino difensivo opportunamente asserragliato per conquistare la salvezza a un gruppo di giocatori dalla forte vocazione offensiva, obiettivo farne uno più degli avversari.

In primavera Guaraldi, sotto l’urto delle prime contestazioni, fiuta aria pesante e chiama Pioli a un pesantissimo rinnovo contrattuale, pur essendo il coach parmigiano già vincolato: 1 milione e 100 mila € netti, 2.5 all’anno il costo complessivo dello staff per il club. Insostenibile, quasi sospetto.

L’inizio della stagione è raggelante, con Taider e Diamanti (a dimostrazione che i problemi sono anche di impostazione tecnica e motivazionale) zero reti ai greci del Kallonis, zero nell’avventurosa tourneè in terra d’Albione, fa gol perfino Anelka, che per festeggiare poco dopo molla il WBA e si ritira, per poi ricomparire in Brasile. A Sestola si fatica troppo per fare fuori il Carpi, in Coppa Italia viene eliminato il Brescia solo grazie a una magia di Diamanti.

Nelle prime 8 giornate di campionato sono 22 le reti subite, e l’emorragia viene fermata da una provvidenziale difesa a 3. In attacco mai a segno Bianchi, 1 rete di Moscardelli, 2 di Cristaldo contro il Milan, 0 Acquafresca. Poi, la storia è nota: rivolta della squadra, difesa da parte di Pavignani, Morandi,  Zanzi, e una curva ossequiosa dopo la scipita e non del tutto sincera vittoria con il Genoa, Guaraldi da Cancun, dopo il flop di Catania, decide “game over”.

E arriva Ballardini. L’approccio è molto incoraggiante, 3 pareggi, 1 sconfitta e 1 vittoria, reparti compatti, 3-5-2 di scuola, 6 gol incassati in 5 partite. Nelle prime 4 c’è anche Diamanti. Poi la qualità scema clamorosamente e l’allenatore scopre che aver rifiutato una squadra super due anni prima e preso una scarsa ora nuocerà a immagine e carriera. Non smetterà di lavorare, ma non ci crede più. Esterna ripetutamente il suo malcontento nei confronti di chi lo ha messo in quelle condizioni ma non è, questo, un comportamento professionale. La franchezza, in quel ruolo, è un difetto. E solitamente si accompagna alla mancanza di autocritica, sostantivo assente nel personale Zingarelli di ogni allenatore italiano.

I due allenatori e i loro staff sono fortemente correi dello scempio pallonaro capitato sotto le Due Torri. Chiaro che il 70% delle colpe è di Guaraldi e Zanzi, ma assieme non ne hanno azzeccata mezza, preoccupandosi di più dei loro lauti ingaggi che del Bologna. Gravissima la presunzione di Pioli, gravi i tentennamenti di Ballardini. I due rischiano di divenire incedibili, troppo alte le prebende pioliane rispetto ai pari valore, che guadagnano la metà, troppo “free” Ballardini, che esibisce prima come trofeo la sua indipendenza, poi se ne lamenta per impossibilità di collocazione. Si metta d’accordo con se stesso, intanto.

 

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