Caso Muller: contratto a tempo intedeterminato per gli sportivi?


Una sentenza di un giudice del lavoro tedesco ha dato ragione all’ex portiere Müller sancendo che gli sportivi hanno diritto ad un contratto a tempo indeterminato dopo due anni di lavoro: rivoluzione o errore?

– di Marco Vigarani –

Heinz Muller con la maglia del Mainz (ph. Vebidoo)

Heinz Muller con la maglia del Mainz (ph. Vebidoo)

Teoricamente potremmo essere di fronte ad un momento cruciale nella storia del diritto del lavoro e ad una svolta in grado di mettere in ginocchio l’intero sistema dello sport professionistico. Heinz Müller infatti, ex portiere del Mainz lasciato senza contratto a 36 anni, ha fatto causa al suo ultimo club che non aveva accettato la sua richiesta di rinnovo pretendendo la stipula automatica di un contratto a tempo indeterminato ed un giudice del lavoro tedesco gli ha dato ragione. La stessa società tedesca non aveva dato grande peso alle rivendicazioni dell’atleta ma ora dovrà fare immediatamente ricorso visto che secondo il giudice del lavoro Ruth Lippa gli sportivi vanno considerati alla pari di tutti gli altri lavoratori e quindi hanno diritto, dopo due anni, ad una assunzione con contratto a tempo indeterminato. Si tratta di una decisione senza precedenti che rischia di sconvolgere il mondo dello sport con effetti paragonabili a quelli della famigerata sentenza Bosman visto che tale precetto costringerebbe praticamente qualsiasi società sportiva a sostenere reiterate spese per qualsiasi contratto pluriennale.

Jean-Marc Bosman, l'uomo che ha rivoluzionato il calcio moderno (ph. Daily Mail)

Jean-Marc Bosman, l’uomo che ha rivoluzionato il calcio moderno (ph. Daily Mail)

L’alternativa, sempre parlando per ipotesi, sarebbe di poter stipulare soltanto contratti annuali rendendo di fatto inutili le sessioni di mercato visto che ad ogni stagione gli atleti sarebbero svincolati e liberi di accasarsi presso qualsiasi club. Questo scenario non solo porterebbe ad una continua rivoluzione nelle rose di qualsiasi livello professionistico ma eleverebbe esponenzialmente anche il fenomeno dei disoccupati che anche nel mondo dello sport stanno diventando un tema sensibile. Basterebbe infatti una stagione deludente per rischiare di non trovare un ingaggio per l’anno successivo e vedere così compromessa la propria intera carriera. Allo stesso tempo invece i top player scatenerebbero annualmente un’asta da parte dei club più facoltosi per potersi avvalere delle loro prestazioni innalzando i già ricchissimi salari dei vari Messi e Ronaldo fino a livelli attualmente inconcepibili. A meno di non voler blindare subito un futuro campione con una sorta di vitalizio che ne copra l’intero periodo lavorativo fino ai 65-70 anni ovviamente rinegoziando l’ingaggio a cifre decisamente più basse ma garantendone il pagamento nell’arco del tempo. La scelta quindi a quel punto sarebbe interamente in mano all’atleta: cambiare squadra ogni anno a cifre elevate o legarsi ad un club per svariate decadi per un ingaggio calmierato ma che possa coprire anche gli anni successivi al ritiro?

In realtà però l’interpretazione data dal giudice tedesco del caso Müller dovrebbe essere soltanto un errore che verrà corretto già nel prossimo grado di giudizio non solo per ragioni logiche ma soprattutto formali. Da un primo punto di vista infatti è chiaro che la normativa prevista per i lavoratori comuni non possa essere estesa agli atleti per i quali lo scorrere del tempo inevitabilmente inficia la qualità della prestazione lavorativa offerta. Soprattutto però, scendendo in ambito calcistico, c’è una voce esplicita del regolamento FIFA che regola tutte le federazioni e che stabilisce in cinque anni la durata massima dei contratti stipulati tra un calciatore maggiorenne e la società. Tale contratto potrà poi essere rinnovato senza limiti di volte ma con il vincolo sempre di mantenerne la durata entro e non oltre i cinque anni: qualsiasi eventuale clausola accessoria è da ritenersi nulla. A differenza di quanto avviene nel normale mondo del lavoro, questa normativa è una tutela della libertà del lavoratore-atleta che in questo modo non può essere considerato una “proprietà” del club di appartenenza al quale sono proibite decisioni unilaterali sulla carriera dei propri tesserati.

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