Chicco Ravaglia, nel cuore di tutti, da 14 anni. E quella sera con Danilovic…


Ho acceso il computer pensando di scrivere un pezzo dopo una giornata passata a trovare conferme sul ritorno in campo di Vincenzo Esposito, a 44 anni, in una scelta tra il romantico e il folle. Invece sto per scriverne un altro, di pancia. Enzino, lo scugnizzo di Caserta, il suo idolo. Perché se Chicco Ravaglia aveva un giocatore di riferimento era proprio Esposito con il quale, lo diceva lui “per giocarci insieme sarei venuto ad Imola anche gratis”. Qualcuno stoppò l’esuberanza di Chicco, ma questo era davvero il suo pensiero. Ed un’altra storia che non si è mai scritta.

E’ la mattina del 23 dicembre, mentre sto facendo colazione in un bar del centro di Imola e leggendo la Gazzetta con i tabellini della sera prima, tra cui la vittoria di Cantù contro Reggio Emilia con 23 punti di Chicco Ravaglia, mi arriva la telefonata di Riccardo Rossi, giornalista del Corriere Romagna e mio carissimo amico che con voce strozzata mi dice: “Ghero, hai saputo di Chicco ?” Ed io, che avevo appena letto della sua prestazione penso per un attimo ai 23 punti, ma mezzo secondo dopo arriva la sentenza: “E’ morto in un incidente stradale stanotte”.  Una bomba emotiva, un’esplosione di sentimenti. Quando senti dire che nella crescita di una persona è inevitabile prima o poi, affrontare un lutto, è vero. Eccolo. Esco dal bar, in uno stato semi-confusionale vado verso la redazione del Corriere per fortuna vicina, dove so di poter trovare qualcuno con cui parlare, capire, verificare se proprio è vero. Sulla strada una persona incrociandomi ha la bella idea di dirmi: ”Oggi c’è da lavorare anche per te, se vuoi fare un pezzo”. L’ho quasi aggredito, il “quasi” è perché per fortuna mi era rimasto un barlume di lucidità. E’ spaccato di vita anche prendere coscienza di come la delicatezza e la sensibilità non appartengano a tutti in questo mondo.

E’ vero, purtroppo. Chicco Ravaglia il 23 di dicembre, a 23 anni, dopo avere segnato 23 punti ha trovato la morte sulla strada di rientro a casa. Chicco era il più bravo di tutti e come 1976 giocava sempre con i 1973, a volte pure con la mia annata, i ’74. Chicco da bambino veniva alle mie feste di compleanno in giardino, giocavamo contro nelle partite tra le scuole medie, mi diceva sempre sì quando lo arruolavo nei 3 contro 3 estivi per provare a vincere i tornei (e li vincevamo) e lui, intanto, era già a Varese un giocatore di serie A. E soprattutto, quando con il suo vivere in giro per l’Italia ci si vedeva poco, non mancava però mai il sentirsi settimanalmente per fare il punto. Come quando mi disse, lui a Cantù, con la sua erre moscia e riferendosi ad Imola: “Vi veniamo a prendere…”. Negli anni di Bologna Danilovic lo aveva adottato, lo aveva preso sotto la sua ala protettrice. Ne ebbi conferma personale. Una sera ero fuori con lui a Bologna, intorno alla mezzanotte suona il telefono. Era Sasha che lo convocava, Chicco mi dice per un saluto che non poteva certo rifiutare. In 5-7 minuti siamo in piazza Cavour. Scendiamo e sotto il portico con beretta e giaccone (era inverno) davanti a quello che oggi e il negozio di Louis Vuitton il monumento Danilovic lo sta aspettando. Mi presenta rapidamente (io incasso un “ciao” che da Danilovic era già molto) e punta Chicco. Lo abbraccia e mentre lo avvolge con il suo braccione gli fa un secco e rapido interrogatorio. Cosa fai, dove vai, non fare troppo tardi, ci vediamo domani all’allenamento. Vi assicuro che quando parlava Danilovic, anche in galleria Cavour a mezzanotte, gli altri ascoltavano e basta. Check control superato, potete andare.

Quando campioni del calibro di Sasha Danilovic ti scelgono, non è un caso e la spiegazione arriva dal suo papà, Bob Ravaglia, che recentemente in occasione della serata “50 anni di pallacanestro imolese” dopo il lungo applauso che ha seguito la proiezione di una clip in ricordo di Chicco ha detto: “La cosa che più mi stupisce è vedere come Enrico, a distanza di tanti anni, sia ancora ricordato con cosi tanto affetto ovunque io e mia moglie andiamo. Credo non sia dovuto alla sua carriera, troppo breve, ma proprio al suo modo di fare, al suo essere stato “paraculo” nel senso buono, all’essere riuscito ad entrare nel cuore di tanti”.

Si lo confermo, uno di quei cuori è il mio, dove lo porto da 14 anni.

 Gherardo Resta

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