Curiosando fra Champions e Europa League


Il calcio all’italiana minaccia il tiki-taka

di Adalberto Bortolotti

Qualche considerazione spicciola sulla settimana europea, partendo dalla logica premessa che i verdetti in Champions e in Europa League sono ancora effimeri, almeno in tre casi su quattro, e quindi il tutto potrebbe risultare scritto sull’acqua. Juventus a parte, unica superstite nazionale fra le otto semifinaliste, c’è stato molto calcio italiano nel Gotha continentale. Soprattutto per quanto attiene all’aspetto tattico. Non poteva essere altrimenti. Per fermarci alla Champions, alla guida delle quattro squadre che si contendono la grande coppa sono tre tecnici che si sono imbevuti della nostra mentalità, per avere da noi allenato, mentre il quarto, Guardiola, vi ha militato da giocatore, al fianco di Baggio nel Brescia di Mazzone (bei tempi, quando il mitico pres. Corioni non badava a spese). Calcio all’italiana a gogò, quindi, sia pure con sfumature tra loro assai diverse.

José Mourinho

José Mourinho

Mourinho, che è un feroce integralista, quando decide di difendersi, lo fa senza mezze misure. Il suo Chelsea ha arroccato al di là di ogni possibile ritegno, con il chiaro intento di costringere all’iniziativa un avversario che, a sua volta, predilige subire e controbattere di rimessa. L’Atletico di Simeone ha dovuto così improvvisare un copione sgradito e l’ha fatto con grande dignità, a dimostrazione che il suo condottiero è ormai maturo per le ribalte più importanti (e remunerative). Lo zero a zero che ne è scaturito può rivelarsi un boomerang per Mou, perché al ritorno i ruoli si capovolgeranno e ai colchoneros andranno bene due risultati su tre: oltre ovviamente alla vittoria, anche qualsiasi pareggio con gol. La partita mi ha provocato acuti attacchi di nostalgia, per un passato che spesso viveva di questi duelli di tipo scacchistico in cui lo studio dell’avversario era un pregio e non un sinonimo di viltà tattica. E mi ha confermato che il vecchio Osvaldo Bagnoli aveva visto giusto, quando, richiesto di un parere su Mourinho ai tempi del triplete, aveva esibito la solita stringatezza: “Un difensivista”.

L’altra partita ha invece rappresentato la massima vocazione spettacolare, in quanto ha opposto due diverse scuole di pensiero. Ancelotti è un maestro delle mediazioni, e questo spiega gli strepitosi successi (non ancora esauriti) collezionati in carriera. Nato come discepolo prediletto del maestro Sacchi, del quale da giocatore era il porta ordini in campo, si è via via ripulito degli eccessi cari al profeta di Fusignano. Ora è un tecnico duttile, pratico più che ideologico, che sfrutta il talento dei propri fuoriclasse senza imprigionarli in schemi preconfezionati e inderogabili. La sua forza non è tanto la lavagnetta magnetica, quanto la capacità di tenere unito uno spogliatoio effervescente (in questo può ricordare Rocco, senza che i sacchiani inorridiscano ululando all’eresia).

Pep Guardiola

Pep Guardiola

Dall’altra parte, Pep Guardiola, col marchio di fabbrica del tiki-taka, disinvoltamente trasferito dal Barcellona al Bayern. Non senza qualche trauma, perché in Catalogna lo spartito aveva per interpreti giocatori tecnici e costretti alla padronanza dei fondamentali dalle ridotte risorse atletiche, mentre il Bayern ha fior di corazzieri che sbuffano nell’obbligo del fraseggio ripetuto in spazi ristretti. Non a caso Beckenbauer, memoria storica di un calcio tedesco di grande essenzialità e profondità, non lesina critiche al nuovo modulo malgrado la stagione del Bayern sia stata sin qui un’inesausta collezione di trofei.

Il primo round l’ha vinto Ancelotti, non per il risicato 1-0 che può essere fragile usbergo nel retour-match di Monaco, ma per aver scoperto i limiti del possesso di palla fine a se stesso. Il Bayern infatti ha menato le danze, ma il Real (a dispetto di Ronaldo e Bale, le due frecce, a mezzo servizio) ha avuto il triplo di occasioni da gol. E poiché il Barcellona era già stato eliminato dal pragmatico Atletico di Simeone, par di capire che al tiki-taka comincino a scricchiolare i cerchi.

D’altra parte, il pallone vive di cicli. E non ci sarebbe da stupire se il nuovo che avanza fosse in realtà il vecchio calcio all’italiana, opportunamente riverniciato, con la difesa a zona e il pressing anziché il libero e le marcature individuali, ma anche con la restaurazione del lancio lungo e del contropiede (se vogliamo chiamare le cose con il loro nome e abiurare l’orrido e ipocrita termine “ripartenze”). Una contaminazione che ha proprio in due tecnici italiani, Capello e Ancelotti, i suoi alfieri. In fondo, nello sport e nella vita, la storia la scrive chi vince.

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