Federico Buffa a 360 gradi: da Ali a Jordan, dai viaggi negli USA al giornalismo


L’intervista esclusiva a Federico Buffa. Da Ali a Jordan, dai viaggi in America alla definizione di ‘ricerca giornalistica’. “Ali un’icona sportiva e predecessore dei Lebron e Bolt. Gli anni ’70, un’era irripetibile”. L’Avvocato a 360 gradi, al teatro EuropAuditorium, in occasione dello spettacolo “A NIGHT IN KINSHASA”

– di Tiziano De Santis –

The Rumble in the Jungle: Muhammad Ali (in piedi) batte George Foreman (k.o.) sul ring di Kinshasa il 30 ottobre 1974
(ph. dailymail.co.uk)

Nell’ormai diffusa e spesso omologata arte di produrre giornalismo, vari sono i modi di far veicolare certe notizie, certi eventi, certe storie, sportive e non solo. Una gara, un torneo, una competizione, un match, come la stessa cronaca possono essere lanciati, analizzati oggettivamente, commentati, descritti, narrati, “raccontati”. Ma ciò che risulta difficoltoso, il più delle volte, è lo sviscerare un determinato episodio o avvenimento, l’approfondire un comportamento, una vittoria, una sconfitta, un gesto sino ad arrivare al suo perché. Il ricercare, lo scavare nelle radici di un contesto sociale, politico, culturale è un’arte meticolosa, più unica che rara ormai. Ne sa qualcosa Federico Buffa, giornalista e telecronista sportivo italiano secondo Wikipedia, in realtà qualcosa di più grazie al suo modo di tramandare storie, gesta, episodi con parole, spettacoli, rappresentazioni capaci di avvolgere e coinvolgere il pubblico più svariato.
Intervistato in occasione della messa in scena di “A Night in Kinshasa” sul palcoscenico del teatro EuropAuditorium di Bologna, davanti ad un compiaciuto Matteo Marani (vicedirettore di Sky Sport), l’Avvocato spiega tutto ciò che è dietro all’incontro per il titolo dei pesi massimi di boxe tra Muhammad Ali e George Foreman, match tenutosi il 30 ottobre del 1974 nella capitale dell’attuale Repubblica Democratica del Congo (allora chiamata Zaire) e fortemente voluto da Mobutu Sese Seko, dittatore dello Stato africano dal 1965 al 1997. A trovarsi di fronte, sul ring di Kinshasa, sono due afroamericani così contemporaneamente simili e diversi, padroni della scena mondiale della boxe del tempo. “Ci sono tantissimi elementi effettivamente in un match come quello, la location è sempre quella più interessante – rivela Federico Buffa sbucciando sino al midollo quello che oggi viene meglio conosciuto come ‘The Rumble in The Jungle‘  – E’ il primo match della storia africana dal punto di vista sportivo. Per rivederne un altro bisogna aspettare il 2010, quando si è tenuto il Mondiale di calcio sudafricano: vuol dire che qui di anni ne passano veramente tanti. E’ epocale perché all’epoca un match per il titolo mondiale dei pesi massimi aveva un’enfasi e una risonanza molto superiore a quella che ha adesso, in più c’erano dentro due campioni olimpici, c’erano dentro un pugile, in quel momento il più forte del mondo e sarebbe stato uno dei primi quattro cinque massimi di tutti i tempi, George Foreman e quello che poi verrà, se non universalmente, molto spesso definito come ‘il più grande sportivo del XX secolo’. Quante volte capitano tutti questi elementi?! In più, a supporto del match, c’è un festival musicale che sarebbe la Woodstock nera, che però non riesce ad andare insieme al match perché il match viene posticipato di un mese, poi c’è una serie di personaggi collaterali che sembrano usciti da un film…C’è un momento dello spettacolo in cui io dico, riguardo Ali, ‘Sembra più uno personaggio uscito dal mondo dello spettacolo che dal mondo dello sport’. Noi seguiamo le sue vicende, prima, durante e dopo quel match, perché Muhammad Ali è probabilmente l’unico uomo che io possa dire, senza ombra di dubbio, che sia stato un personaggio pubblico in mezzo al mondo per cinquant’anni. Lui ha vissuto cinquant’anni in mezzo al mondo, ha già il Parkinson da dodici anni quando tiene alta quella fiaccola ad Atlanta, è un uomo che ha conquistato il titolo dei pesi massimi 3 volte. Stiamo parlando di un uomo che non passa più, ma non solo lui: non passano più i suoi tempi, gli anni ‘60/’70, e questo match si situa verso al fine della sua carriera, ma incontra un uomo fuori dal comune per doti tecniche e che poi diventerà il massimo più anziano a conquistare il titolo di campione del mondo, e i due si ritrovano casualmente cinque anni dopo il match. All’epoca, Muhammad Ali aveva quest’abitudine di registrare le proprie telefonate, e se Dio vuole, ci ha registrato anche quella con Foreman. Normalmente registrava solo quelle con i figli. E io vorrei finire lo spettacolo sempre su quella nota lì, cioè riprendere in parte quella che è una conversazione tra due che stanno per diventare amici e che lo saranno finché Muhammad Ali non si è spento“.

Muhammad Ali
(ph, .boxingnewsonline.net)

A proposito del Woodstock nero, tutto ciò che accade prima, dopo, e durante “la notte delle notti” di Kinshasa è l’emblema delle contraddizioni che si celano, serpeggiando, dietro la vita del Muhammad Ali inteso come personaggio pubblico. Il pluricampione del mondo, infatti, per i potenti d’America del tempo, altro non è che un obiettore di coscienza dalla carriera compromessa a causa della sua stessa scelta – una volta sposato l’Islam come componente religiosa della propria vita – di rifiutare di prestare il servizio militare in Vietnam in nome della bandiera a Stelle e Strisce  (“La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche altra persona con la pelle più scura, o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato ‘negro’, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani, non mi hanno mai privato della mia nazionalità, stuprato o ucciso mia madre e mio padre. Sparargli per cosa? Come posso sparare a quelle povere persone? Allora portatemi in galera” dichiara con decisione Ali ai microfoni dei giornalisti americani). Il prezzo del rifiuto alla leva? Semplice, o meglio complesso: la revoca del titolo dei pesi massimi nel 1967 e della licenza di combattere sul ring, assieme ad un processo con seguente condanna a cinque anni di carcere, in seguito non scontati da colui che ha la capacità di volare come una farfalla e pungere come un’ape. Il match di Kinshasa contro George Foreman del 30 ottobre del 1974, infatti, non potrebbe essere neanche lontanamente ideato se nel 1971 la Corte Suprema Americana non ribaltasse la sentenza riconoscendo i diritti di Ali all’obiezione di coscienza: John Harlan, infatti, malato terminale di cancro e uno dei tre giudici favorevoli all’assoluzione del campione afroamericano, riesce ad accaparrarsi il consenso di uno dei cinque colleghi favorevoli alla condanna portando in perfetta parità numerica i pro e i contro Ali (4 e 4); in seguito, uno dei giudici che ha votato a favore di quest’ultimo ribalta completamente il verdetto finale convincendo l’intera Corte di un precedente errore commesso in termini procedurali. D’altronde “la vita di Muhammad Ali è un susseguirsi di una serie di circostanze irripetibili – spiega Federico Buffa – non si capisce come sia possibile che così tante volte questo misterioso sceneggiatore, quando la strada sta andando da una parte, decida di farla scrivere e andare dall’altra. Il caso più eclatante l’hai citato tu. Per chi non avesse la possibilità di vivere lo spettacolo o non avesse voglia di leggere dei libri, la Corte Suprema Americana si è radunata per giudicare per la terza e ultima volta la vicenda di Muhammad Ali. Fosse stato condannato come nei precedenti due gradi di giudizio, sarebbe stato condannato a scontare cinque anni di reclusione dal giorno dopo, quindi il match di Kinshasa non ci sarebbe mai stato. Uno dei giudici della Corte Suprema Americana, malato terminale di cancro, visto che Muhammad Ali è un obiettore di coscienza per motivi religiosi, la notte precedente il verdetto, si fa dare cinque volumi in cui va drittone fino alla mattina successiva e cambia il verdetto stesso. Quante possibilità ci sono che avvenga un episodio del genere? Una su un milione. Però nella storia di Ali, episodi del genere succedono talmente tante volte che alla fine dici ‘Beh vabbe’ allora c’è un disegno, un destino, una serie di circostanze che non possono essere casuali’, perché se no è sempre un caso e il Caso è una divinità molto sottovalutata. Quindi tutte queste cose entrano nella sua storia – continua l’Avvocato – ed io, avendo fatto un documentario di tre puntate, mi ero accorto di aver lasciato indietro più della metà delle referenze che avevo e quindi in particolare faccio un passo indietro nel match di Kinshasa in quanto o ne parli tanto oppure lo devi solo sfiorare, perché se no commetti un’ingiustizia anche per chi ascolta. E così è venuto fuori questo spettacolo che spero possa essere soddisfacente per chi lo vede e che soprattutto (di questo sono sicuro perché l’ho riguardato) ha una base ritmica, fantastica affidata a papà Alessandro Nidi e Sebastiano, suo figlio, con musiche originali e dà questo senso africano impressionante alla storia“.

Lebron James (sx) e Muhammad Ali (dx).
(ph. movenoticias.com)

Ad interrompere bruscamente il susseguirsi di eventi similarmente contraddittori, nella vita di Ali, è, tuttavia, la nuova tecnica adottata dal lottatore per mettere k.o. George Foreman durante la notte di Kinshasa: il famoso rope-a-dope, ossia la strategia in cui una delle parti si mette di proposito in una posizione apparentemente svantaggiosa, cercando in tal modo di ottenere la vittoria finale. Ali, infatti, tra lo stupore generale dei presenti, abbandona il proprio stile offensivo contro chi probabilmente lo batterebbe sul piano fisico, incassando, al contrario, numerosi pugni attutiti dal molleggio sulle corde del ring. Il risultato? Una riduzione di potenza e accanimento dell’avversario sempre maggiore, sino al contrattacco e alla vittoria finale. Già, perchè “Ali è un uomo di un’intelligenza istintiva superiore, una capacità visuale irripetibile – precisa Buffa – e sapendo di non poter combattere un match aperto contro Foreman (che aveva mandato giù in due round Joe Frazier, il quale aveva battuto Muhammad Ali e, se non l’avessero fermato, Foreman quella sera avrebbe ammazzato Frazier perché il match non poteva continuare) inventa, allora, una strategia simile a quella che Michael Jordan adottò nel 1997 a Salt Lake City a Gara 5, cioè io sono in situazione di inferiorità ma l’essere umano, che è in grado di arrivare al 20% delle sue facoltà, può ribaltare un’inferiorità o presunta tale. Direi che i due match si assomigliano e non è altrettanto difficile da intuire che Ali e Foreman sono le due ICONE nere della storia dello sport americano del ‘900 e, secondo me, in generale della storia dello sport“.
La domanda sorge spontanea: tornando ai nostri giorni, cosa manca affinché nascano nella scena dello sport figure tanto immense sotto i profili intellettivi, culturali e sociali come quelle di Muhammad Ali e George Foreman? La risposta del narratore milanese è altrettanto schietta ed immediata: “Manca l’era, l’era. Gli anni ’60 e ’70 non tornano più. Allora non si trattava di una civiltà e civilizzazione così iperviste e di impressione così diretta come quella che abbiamo noi oggi, era un po’ più naïf, perché non tutto veniva reso pubblico in dieci secondi“. Eppure Ali è quasi un pioniere del linguaggio comunicativo, un ruolo mica male in un periodo storico segnato da un deficit non indifferente di mezzi di divulgazione di parole e gesta sportive di vario genere. Questo meraviglioso agonista, infatti, è quello che anticipa quella che è la storia della comunicazione sportiva – ci tiene a precisare Buffa -, quello che anticipa la gestualità attorno al lato sportivo. Ogni volta che esce Usain Bolt che vince alle Olimpiadi e lancia la freccia, ogni volta che vedete Lebron James che fa lo stesso, ogni volta che vedete un gran giocatore della NFL dopo un touchdown celebrare, sono tutti figli suoi, Ali è il primo che ha messo della gestualità nello sport. Quando è morto la prima cosa che ha fatto Lebron James è stato dire ‘Grazie’ perché Ali è quello che asfalta la strada per tutti gli altri afroamericani“.

Michael Jeffrey Jordan (al centro) viene interpretato da Federico Buffa (dx) mentre si racconta ad Enrico Campana (sx). In evidenza, Michael Jeffrey Jordan con la maglia dei Bulls.
(ph. sportal.it)

Interpretando la comunicazione anche come modo di far giornalismo, non si può non chiedere a Federico Buffa quale sia il segreto di un metodo di informazione certamente eccelso e capace di attrarre l’interesse di bambini, giovani, adulti, uomini e donne, indistintamente, quasi come una scienza esatta. Se si prendesse, ad esempio, come punto di partenza un’equazione matematica come “Federico Buffa : Giornalismo = x : Coinvolgimento del pubblico”, quali operazioni si potrebbero fare per arrivare a capire il valore dell’incognita intesa come criterio di approccio ad una narrazione introspettiva come quella dell’Avvocato? “Questo è troppo lusinghiero. Non so se hai mai visto una cosa che ho fatto per Sky che si chiamava ‘Storia di Arpad Weisz’. Ecco, l’ha scritta quel signore lì (indica Matteo Marani con la mano). Dovresti chiedere a quel signore lì che cosa significa andare a cercarsi una storia, dovete chiedere a quel signore lì che cosa vuol dire costruirla, cesellarla, aver pazienza, far fatica, controllare le virgole perché non sei sicuro neanche di quelle. Questo è fare per davvero quel lavoro lì (giornalismo), cioè quelli che lo fanno RICERCANDO storie che si sono perse. Io ho un altro compito, ho il compito di provare a renderle accessibili a un pubblico giovane, speriamo un pubblico giovane, che possa, grazie a questo, pensare di approfondire un concetto di una storia che se no sarebbe lontana, persa o qualcosa di poco interessante, questo è quello che io spero di riuscire a fare. Spero di essere comunicativo, io ho il dovere di provare ad esserlo“. La strada da percorrere per arrivare a produrre un ottimo lavoro di ricerca e di informazione è, tuttavia, assai lunga. Se si è fortunati, si possono avere anche dei privilegi. Ne sa qualcosa Federico Buffa, il quale, giovanissimo, è stato chiamato ad essere l’interprete di un certo Michael Jeffrey Jordan davanti ad Enrico Campana, prima firma del basket e del tennis e preziosa penna della Gazzetta dello Sport. “Ah giusto, ‘interprete’ nel vero senso della parola. Devi prendere da tutto quello che incontri, devi assorbire da tutte le persone che ti insegnano, ho avuto tanti privilegi. Mio padre si limitava a chiedermi tre esami all’anno, possibilmente con voto alto, quando ero all’università, e mi permetteva di fare due mesi consecutivi negli Stati Uniti, di solito febbraio-marzo. Eh, non tutti i genitori sono così disponibili a concedere a un figlio sessanta giorni negli Stati Uniti, vabbè che ero maggiorenne, però sessanta giorni in giro per gli Stati Uniti…Ci sono tante circostanze che fanno un uomo, i bivi che prendi, la fortuna che hai, i privilegi che occorrono, le persone che incontri (la somma delle quali tende ad essere quello poi che diventi tu). E’ un privilegio ed è doveroso ridare indietro qualcosa“. Perché non dare qualche prezioso consiglio, dunque, ai neo-giornalisti, a chi non è ancora iscritto all’Albo o a chi ha un sogno di informazione nel cassetto? “A costoro direi che le storie ci sono, le storie ci sono sempre state e sempre ci saranno, c’è il periodo in cui c’è più voglia di ascoltarle magari rispetto ad un altro momento, forse perché la cultura delle immagini è così illuminata. Quello che penso sempre di dover dire a chi vuole pronunciare e far qualcosa di questo tipo è di mantenere una cifra autonoma. E’ chiaro che tutti ci siamo ispirati a qualcun altro, io mi ispiro a delle altre persone, perché non è possibile non farlo, però c’è sempre una cifra autonoma che devi mantenere in quello che fai, il modo con cui ti approcci. Il soggettivo è secondo me decisivo proprio perché c’è tanta offerta. Io personalmente non sono così sicuro di esserci riuscito. Devi aver fortuna, bisogna essere al posto giusto e al momento giusto, magari essere in un periodo in cui di storie se ne raccontano poche, al che col tuo modo di raccontarle fanno più effetto perché in quel periodo se ne raccontano poche. Non è così scontato che tu sia per forza bravo, può essere anche che sei stato al momento giusto e al posto giusto, un po’ come il giudice Harlan. Se non avesse avuto Harlan quella sera, Ali…Ci sono tanti episodi nel mezzo. Ovvio che se parliamo di Ali e Foreman parliamo di gente che comunque ha fatto quello che ha fatto. Ma certi sviluppi della storia hanno bisogno che ci siano quegli altri elementi, io sono sicuro che sono stato aiutato dalle circostanze“.

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