Fenucci ha la ricetta per la crisi della Serie A


L’amministratore delegato rossoblù Claudio Fenucci parla del momento del calcio italiano ormai in crisi al confronto con tutti gli altri campionati europei

– di Marco Vigarani –

Claudio Fenucci durante la presentazione al Dall'Ara

L’AD rossoblù Claudio Fenucci durante la presentazione al Dall’Ara

La Serie A non solo ha perso da tempo il suo primato qualitativo sul resto del calcio europeo ma con esso ha visto svanire anche l’intero indotto positivo generato dal bel gioco. Avevamo già parlato approfonditamente della crisi generale del calcio italiano esaminandola sotto vari punti di vista: dal calo delle presenze negli stadi alla mancanza di grandi campioni passando per il disinteresse dei grandi sponsor internazionali. Inevitabilmente tutti questi fattori hanno portato ad un profondo ridimensionamento dei fatturati dei maggiori club italiani che oggi sembrano solo lontani parenti di quelli che dominano in tutta Europa. Il trend negativo diventa ancora più lampante esaminando gli ultimi dieci anni durante i quali ad esempio il Bayern è passato da un fatturato di 166 milioni di euro all’ultimo pari a 487 milioni con un incremento clamoroso del 193%. Il Barcellona raggiunge un dato molto simile ma anche altre grandi società hanno almeno duplicato i propri ricavi mentre in Italia il dato migliore è rappresentato dalla Juventus che ha segnato un misero +30% mentre l’Inter, nonostante gli anni di successi, ha visto il fatturato addirittura calare del 3% rispetto alla stagione 2003/2004.

Proponendo un’analisi di tutti questi dati, La Gazzetta dello Sport ha chiesto un commento all’attuale amministratore delegato del Bologna Claudio Fenucci che ha spiegato attentamente: “Non dobbiamo dimenticarci dello stato di crisi dell’Italia: il sistema Paese non ha aiutato il calcio. In Inghilterra o in Germania invece l’intervento pubbico è stato decisivo per supportare investimenti su progetti come la tutela del marchio o gli stadi. A questo aggiungiamo il fatto che Lega e FIGC non hanno espresso unità di obiettivi e gli imprenditori a capo delle nostre società hanno dato molto ma impedito anche la loro crescita. Si è perseguito il risultato immediato invece di focalizzarsi sullo sviluppo strategico e così abbiamo perso anche il treno dei mercati finanziari che fino al 2008 hanno consentito investimenti immobiliari“. Fenucci indica però anche una possibile via d’uscita da questa situazione: “Servono riforme che attraggano investitori dall’estero come Pallotta, Thohir e Saputo ma anche dirigenti capaci di operare in linea con le esigenze dei tifosi di oggi. Dobbiamo differenziare i rapporti con i diversi stakeholder come accade in Inghilterra e Germania e tutelare i vivai senza chiudersi agli extracomunitari. Anzi sarebbe positivo cercare calciatori su mercati dove possiamo essere ancora economicamente positivi“.

Per avere un quadro ancora più nitido dello stato di involuzione del movimento calcistico italiano, giova ricordare i dati pubblicati recentemente da Libero sul costo di ogni singolo punto conquistato in classifica dai club della Serie A. Basando il calcolo sulle spese del mercato e sugli ingaggi di giocatori e allenatori, si scopre che in media una squadra del massimo campionato ha pagato 2,2 milioni di euro ogni punto ottenuto nel corso delle prime sedici giornate di campionato con l’Inter che si aggiudica la maglia nera arrivando alla spesa folle di 4 milioni. Superano quota 3 milioni invece Roma, Juventus e Milan inseguite in questa poco lusinghiera classifica da Napoli, Lazio e Fiorentina ma ovviamente anche il Parma che con appena 6 punti in classifica ha un rapporto decisamente elevato tra costi e benefici (2,38 milioni a punto). In questo mare di euro scialacquati ci sono però anche esempi positivi come il Genoa che limita a 600mila euro il costo dei punti guadagnati ma anche di realtà minori come il sorprendente Verona di Maurizio Setti o il neopromosso Empoli.

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