Il basket di Legadue è un cimitero per elefanti?


I problemi sono altri, per esempio la mancanza di identità delle squadre.

Basile che difende su Vincenzino per poi piazzare una tripla “ignorante”, Pozzecco che incita i suoi dalla panchina, Soragna che fa da collante e segna canestri importanti. No non siamo a fine anni 90 e non siamo sui campi di A1, siamo ad Imola domenica scorsa per Aget-Capo d’Orlando di Dna Gold (la vecchia Legadue). Esposito è tornato a giocare e per la sua prima in casa c’è il pienone: lui fisico integro e asciutto, con una forma da trovare ma in grado, grazie all’innato talento, di farsi ancora rispettare. Alla fine stravince, oltre il punteggio alla sirena di 72-84, la squadra allenata dal Poz con Basile (39 anni tra pochi giorni e 31 minuti in campo) che segna 9 punti, Soragna (38 anni e 23 minuti) con 11 punti e Vincenzino Esposito (45 anni a marzo e 30 minuti) che chiude a quota 14 sul tabellino. A Pozzecco che si sbraccia e corre come ai bei tempi resteranno, come dichiarato alla fine, la voglia e la “necessità” sentita in più di una circostanza, di tornare sul parquet anche lui, per dare una mano. Se il secondo campionato italiano doveva e, dovrà essere il serbatoio per i giovani e nuovi talenti italiani, beh, diciamo che visti i protagonisti di questa partita si deve fare una bella riflessione. Ma su questo tema, interessantissimo e forse anche noioso per chi paga il biglietto la domenica, troppe cose si potrebbero dire ed analizzare.

esposito debutto

Voglio invece considerare un’altra prospettiva, proprio quella del tifoso, adulto o ragazzino, o del semplice appassionato, che era al Palaruggi di Imola. La gente si è entusiasmata a rivedere tali campioni in campo, il risultato non è mai stato in discussione, ma gli spalti non si sono svuotati. Poco importa che il Baso, Enzino, Soragna e il Poz siano “vecchietti”, chi in campo (più che dignitosamente) chi in panchina sono ancora degli idoli. Ecco questo è il punto. Questi ragazzi emozionano ancora. E quando si tocca le corde del cuore, spesso, si trova la giusta chiave di lettura. A molti saranno tornate in mente le giocate da Mvp di oltre 10 anni fa, a molti altri è bastato vederli sul parquet da protagonisti per immedesimarsi in loro. Uno degli aspetti più nobili dello sport di alto livello è quello di produrre idoli ai quali ispirarsi, campioni ai quali gli adolescenti pensano quando giocano in cortile, cercando di imitarne le gesta. Solo così si spiega come molti ragazzini e alcuni anche più grandi e maturi, abbiano atteso la fine della partita per la firma di un autografo, per una foto ricordo. Perché strappare qualcosa da uno di loro, equivale a chiudere un cerchio aperto probabilmente molti anni prima, quando li si guardava spesso in tv e qualche volta dal vivo, facendosi trascinare dal carisma, dal talento dell’essere di questi veri personaggi con la P maiuscola, che davano linfa vitale a tutto il movimento.

poz e baso

Questa è la lezione uscita dal Palaruggi di Imola domenica 5 gennaio 2014. Non stupiamoci, quindi, se del risultato finale è fregato a pochi. La gente voleva rivedere i propri idoli, respirarne ancora una volta il fascino. La pallacanestro, oggi, di questo ha enorme bisogno, di ritrovare personaggi che facciano da traino al movimento, che in una parola sola, tornino a emozionare le nuove generazioni. Non bastano i più bravi, Belinelli, Gallinari, Bargani, Datome che sono dove gli compete, oltre oceano. Ne servono molti altri, che possano tornare a dare identità ad un gruppo nel quale anche i propri tifosi possano rispecchiarsi. Bisogna invertire il trend della globalizzazione sportiva, che ha prodotto principalmente la spersonalizzazione delle squadre, dove giocano ogni anno tanti e troppi giocatori diversi, provenienti da ogni parte del mondo e dalle qualità tecniche, mediamente discutibili. I grandi pensatori delle riforme possibili o potenziali ripartano da questa come priorità e da meno burocrazia che, agli appassionati e ai tifosi, serve solo per convincersi di svuotare i palazzetti.

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