Il calcio secondo Busacca, Sacchi e Ranieri. No alla moviola?


Moviola, bilanci e competitività del calcio italiano tra i punti cardini della 7^ edizione de “Il calcio e chi lo racconta”, organizzata dall’Ussi al Centro Tecnico di Coverciano in collaborazione con la FIGC.
“Niente tecnologia a supporto del calcio”. La pensa così lo svizzero Massimo Busacca, il designatore arbitri FIFA che chiude le porte all’ausilio di una sorta di ‘video check’ come nella pallavolo e precisa: “Il calcio non può essere paragonato ad altre discipline sportive. Non riesco ad immaginare una partita interrotta a più riprese. Ben venga l’utilizzo di tecnologie video sulla linea di porta, ma la moviola in campo non aiuterebbe, anzi potrebbe avere un effetto contrario”. Busacca resta in linea con un altro svizzero, Sepp Blatter, attuale presidente della FIFA da sempre mai morbido con la tecnologia a supporto del calcio. L’ex fischietto ha spiegato poi che “gli arbitri sono esseri umani e possono sbagliare”, pur consapevole che possono “cambiare l’esito di una partita che può valere persino le sorti economiche di un’intera nazione e dove ci sono in ballo interessi altissimi”. Non è d’accordo quando si parla di sudditanza psicologica: “L’arbitro porta rispetto al giocatore e alla squadra, ma squadra e giocatori devono accettare le decisioni dei direttori di gara. Dobbiamo decidere in pochi secondi, facendo la scelta che in quel momento sembra la migliore. Dobbiamo mantenere la nostra personalità ed è il giocatore che deve capire l’arbitro e non viceversa”. Fermo e deciso anche sul silenzio stampa degli arbitri nel post-partita: “Tutto ciò che dice un arbitro può’ essere strumentalizzato e pertanto l’arbitro parla in campo con il suo operato, da quando fischia l’inizio al 90°”. Insomma l’old style del calcio non tramonta mai.

La moviola in campo è sempre un tema di discussione

La moviola in campo è sempre un tema di discussione

Qualcuno rimpiange gli arbitri di una volta come Agnolin, Lo Bello, Casarin, ma il calcio è un business e anche le ‘giacchette nere” di oggi sono attori protagonisti attivi. “Bisogna però circondarsi di colleghi capaci di aiutarti nel corso di una partita. Alcuni non sono di aiuto, altri essenziali. Gli arbitri designati per una singola partita sono una squadra, devono essere affiatati e di ausilio. Diversamente si crea solo confusione e agli appuntamenti che contano vanno in campo i migliori. La scuola italiana è una delle migliori in assoluto”. Dal fischietto ad un allenatore. Claudio Ranieri, oggi allenatore in Ligue 1 alla guide della formazione del Principato di Monaco, oltre a raccontare la propria storia di calciatore e di allenatore, oggi di respiro internazionale, si è soffermato sulle differenze tra i vari campionati europei. “Quello italiano è più difficile dal punto di vista tattico. Sacchi è stato l’innovatore e ha cambiato la concezione di fare calcio in Italia. All’estero etichettano noi allenatori italiani come quelli del catenaccio, quando il catenaccio è stato inventato dagli svizzeri. In Spagna invece si tende a focalizzare molto sul possesso palla, perché la gente vuole lo spettacolo. Un bravo allenatore deve saper cambiare sistema di gioco nel corso di una partita. Gli inglesi, la mettono più sullo scontro fisico, è un calcio più guerriero. Non contestano l’arbitro ed esiste un terzo tempo con l’allenatore di casa che offre spesso un bicchiere di vino al tecnico sfidante”. E quello francese: “E’ il calcio salvato dai magnate stranieri e che dovuto fare i conti con Hollande e la tassazione al 75% dei redditi sopra il milione di euro. Non solo ma il fisco e la federazione francese hanno bussato alla porta del Monaco che si è allineato al regime fiscale dovendo sborsare quasi 50 milioni di euro. Il rischio era di non partecipare al campionato. Oggi facciamo paura”. Anche Arrigo Sacchi, allenatore rivoluzionario, vice-campione del Mondo ad Usa ’94 e allenatore del Milan dei trionfi, oggi Coordinatore delle Nazionali Giovanili, delinea così il quadro del calcio di ieri e attuale: “Le rivoluzioni si fanno dalla base. Il pubblico non richiede il merito, non vuole perdere. Il calcio nasce come sport d’attacco e d’offesa. In Italia è così? Giochiamo in difesa. Nel nostro Paese si pensa ad un calcio individualista. Il gioco è astratto, non superficialità, ma applicazione. Tante squadre, anche nel recente, hanno vinto generando solo debiti, con gente matura. Questo perché non c’è richiesta da parte del pubblico della necessità di vincere con il bel gioco. Non puntiamo sui giovani che poi trovano spazio nei campionati esteri. Diceva Michelangelo che i quadri si dipingono con la mente e non con le mani. Ricordiamoci che l’intelligenza è animata dall’amore e dalla passione”. E aggiunge: “Juventus, Roma, Napoli e Fiorentina giocano a calcio. Tutte le altre giocano a soffrire e non fanno reparto. Statisticamente, in Italia, abbiamo le squadre più vecchie d’Europa. Peggio di noi ha fatto solo Cipro. Abbiamo società con bilanci devastati e proprietà talvolta incapaci di gestire che portano al fallimento, purtroppo, la storia di questo o quel club”. Sul grande Milan, l’Arrigo di Fusignano spiega: “Chiesi, al mio arrivo sulla panchina rossonera, giocatori funzionali. Il presidente Berlusconi mi disse allora che con Ancelotti al posto di Di Bartolomei, avevo preso un direttore d’orchestra che non conosceva la mia musica. Gli spiegai che il calcio senza gioco non aveva senso. L’allenatore è autore e direttore. Ancelotti poi sapete tutti che carriera fece al Milan…”. E poi rincara la dose: “Ajax, Milan e Barcellona, negli ultimi 30 anni hanno permesso al calcio mondiale di aggiornarsi. Il Barcellona gioca un calcio armonioso con 11 calciatori che difendono e 11 che attaccano. Ognuno sa cosa deve fare. Per me conta come si vince. Solo la Juve in Italia gioca ogni tanto a 3, le altre squadre a 5”.

Piero Giannico

Print Friendly, PDF & Email



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *