Il caso Bologna: stare ai “tiramenti” dei giocatori è un suicidio.
Il pensiero di Michele Teglia.


Il caso Bologna. Accondiscendere ai “tiramenti” dei giocatori è un suicidio: “a ciascuno il suo”, chi deve dirigere diriga, chi deve giocare giochi. Possibilmente in modo decoroso.

 

Diamanti a terra, simbolo del momentaccio rossoblù.

Diamanti a terra, simbolo del momentaccio rossoblù.

Il pesce puzza dalla testa, ma sarebbe, nello specifico caso, meglio dire è putrefatto: accettare ed accondiscendere alle richieste dei giocatori è stato (e sempre sarà), un suicidio in tutti i sensi. E forse non importa più nemmeno come andrà domenica all’ora di pranzo: si è già consumato uno storico (ed inedito, almeno a quanto mi risulta a livello di Serie A) omicidio sportivo; i “dipendenti di lusso” che decidono sopra la testa della Società; no, non lo posso assolutamente accettare, perché la prima regola in questi casi dovrebbe essere a ciascuno il suo (cit. Leonardo Sciascia), chi deve dirigere diriga e chi deve giocare giochi. Eh sì, dal momento che, per la prima volta, mi sono vergognato della “performance” (contiene paradosso) della mia squadra, mai così arrendevole e passiva come a Firenze. La cosa che veramente mi fa molto male è vedere, al termine della partita, Montella, quasi imbarazzato rispondere alle domande del cronista in merito alla prestazione dei viola, dicendo che è stata la miglior gara della sua squadra, con una mezza risatina che vuole dire tutto (e ci siamo capiti). Che questa squadra sia assemblata male, che manchi di incontristi e che qualunque modulo non sia calzante ed appropriato, oramai l’hanno detto e scritto tutti, bisogna andare avanti, ma, signori miei, vedere una squadra che porta la stessa gloriosa maglia di Perani, Pascutti, Mujesan, Savoldi, Baggio e Giacomino, partire con intraprendenza ma poi squagliarsi dopo soli 13 minuti, mi fa sussultare; come mi fa parimenti sussultare al termine sentire Pioli che afferma: “Sì, ma avevamo iniziato con cipiglio e grinta….” Oh, 13 minuti li può reggere pure la Santagatese (con tutto il rispetto)! Non bene, anzi molto male, appunto, l’atteggiamento è, per una squadra che ha nel mirino la salvezza, una qualità imprescindibile, dico IMPRESCINDIBILE!
Di fronte, poi, a cotanta schifazza (licenza bolognese, perché è così che si chiama), i protagonisti di questo desolante spettacolo, si permettono di discutere, giudicare e negare i “minimi sindacali” (cit. Alberto Bortolotti)? Dovrei veramente mettere 18 o 19 punti interrogativi in merito a tutta questa vicenda, perché è assolutamente inesplicabile: da che il professionismo porta questo nome, i giocatori dovrebbero solo pensare ad allenarsi (e giocare) al meglio delle proprie possibilità, non certamente decidere cosa è meglio per loro e per la squadra e, di converso, ciò che non lo è. E, ovviamente, i dirigenti “dirigere”: ma, si sa, prendere decisioni impopolari (a livello di gruppo), presuppone un attributo che si chiama cojones; immaginate voi cosa sarebbe successo a Cagliari nella medesima situazione? A Cagliari, ripeto, non alla Juve o al Napoli.
Insomma, un “delitto sportivo” è stato consumato, facciamocene una ragione; sono però certo che domenica vedremo dei guerrieri ed un gruppo agguerrito, ma sono altrettanto sicuro che la soluzione dei problemi del Bologna,societari e tecnici, sia ancora molto lontana dall’essere risolta.


Michele Teglia

 

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