Lezioni da oltreoceano: Frank Martin e il concetto di rispetto nello sport


Il coach della squadra di basket di South Carolina University, Frank Martin, ha espresso qualche giorno fa, in conferenza stampa, dei concetti basilari ma troppo spesso trascurati nel mondo dello sport

– di Calogero Destro –

Frank Martin, head coach di South Carolina University (ph.zimbio)

Che Frank Martin avesse qualcosa di speciale lo avevano già capito tutti nella stagione 2016/17. C’era la “Cenerentola” South Carolina che danzava da debuttante al ballo delle Final Four NCAA per la prima volta nella propria storia, vedendo però spezzarsi il sogno di un’impresa ancor più straordinaria contro la corazzata Gonzaga. Alla guida di quei ragazzi c’era, e c’è tutt’oggi, Frank Martin. Un maestro di basket, ma innanzitutto un’educatore. Spesso chi fa sport (soprattutto a livello dilettantistico) dimentica infatti che il ruolo dell’allenatore non necessita esclusivamente di competenze tecnico-tattiche. Ma comporta, soprattutto, responsabilità più alte: come quella di far comprendere a chi ti sta di fronte il concetto di rispetto. Ed ecco su cosa si è soffermato Martin, qualche giorno fa, in una conferenza stampa all’apparenza come mille altre. Sul concetto di rispetto: innanzitutto nel mondo dello sport, ma facendo un discorso facilmente estendibile a molti altri ambienti del vivere quotidiano. “Sono forse il coach più vivace che possiate vedere su una panchina, ma quando vado a vedere i miei figli giocare non mi vedrete mai fare “booo”, o agitare le braccia. Mi siedo sugli spalti e non dico niente. Con tutto il rispetto per i genitori, conosco il basket molto meglio della maggior parte di loro“. Il rispetto dei ruoli, tema questo quanto mai complesso da veder applicato all’interno di una struttura sportiva: sia nei confronti di chi ha un pallone in mano o fra i piedi, di chi sceglie, più o meno bene, ma anche di chi cerca di vigilare sulla correttezza in campo.Questo il pensiero di Martin sugli arbitri nel basket dilettantistico: “Ci sono due ragazzi che la domenica arbitrano la domenica mattina partite di bambini di quarta elementare. Quanto potranno guadagnare? 20 dollari? Invece di andare in Chiesa aiutano le loro famiglie a pagare qualche bolletta. Pensate davvero che a quei ragazzi interessi davvero chi vinca la partita fra le due squadre? O che vogliano mettere in imbarazzo uno di quei bambini o ravvivare la partita con le loro scelte?“.

E spesso difendere i propri figli ad oltranza crea, a lungo andare, più danni che benefici. Su ogni campetto di periferia c’è un padre che difende il suo piccolo “fenomeno”, sfogando spesso un’insensata e becera frustrazione sulle figure di arbitri o allenatori, sempre colpevoli, agli occhi delle figure genitoriali. Ma, come ricorda Martin: “Quando i miei figli vengono a lamentarsi da me per come hanno giocato io gli dico di andare dal loro coach. Non parlo con loro di coaching. Se c’è qualcuno che gli manca di rispetto io ci sarò, se capiteranno in situazioni difficili nella loro vita e le affronteranno io li aiuterò a rialzarsi. Perché sono loro padre, ma non il loro coach”. Una lezione da oltreoceano, quella di coach Martin, da leggere attentamente. Perché fare sport in modo sano è ancora possibile, basta solo ricordarsi alcune basilari regole dell’educazione. Come il rispetto, per chi ci sta di fronte.

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