Il derby di Ferruccio Recchia, diesse della promozione rossoblù: “Verona debole senza Toni”


Se Verona-Bologna vuol dire tanto per le ambizioni di classifica di scaligeri ed emiliani, la partita diventa un amarcord (e un derby) per un tifoso doc come Ferruccio Recchia, veronese, indimenticato quanto controverso direttore sportivo dei rossoblù nei primi anni ’80.
“Senza Luca Toni a guidare l’attacco dei veneti – punzecchia Recchia – il Bologna ha parecchie possibilità di fare risultato al Bentegodi. E poi con Ballardini la squadra ha cambiato marcia e viene da buone prestazioni, anche se il risultato del campo ha detto il contrario”. Recchia e Bologna, un amore mai finito. “A Bologna ho lasciato un pezzo del mio cuore – ci racconta – perché il mio arrivo sotto le Due Torri concise con la rifondazione del blasone Bologna. C’era da evitare il fallimento, da ricostruire una credibilità agli occhi della città e riportare la squadra nel calcio che contava, anche perché la retrocessione in C suonava come una umiliazione per la storia del club e per gli stessi tifosi”. Brizzi era il presidente, Recchia l’uomo-mercato. “Abbiamo ripianato i 9 miliardi di passivo lasciati dalla precedente gestione, vinto il campionato di C e disputato una buona stagione in B, piazzandoci bene”. Un Bologna costruito con pochi soldi: “In tutte le piazze dove ho lavorato, ho sempre costruito squadre come si dice nel gergo ‘senza soldi’, ma investendo bene e in maniera mirata quei pochi che c’erano. Vincemmo la C con De Ponti e Frutti in attacco, avevamo a centrocampo gente come Livio Pin e Facchini. Dietro Fabbri. Ma era uno squadrone. E l’anno successivo, quando abbiamo disputato la B, ci siamo permessi Marocchino e Greco e fatto cose importanti”. Recchia rincara la dose quando si tocca l’argomento Pagliuca: “Gianluca non l’abbiamo dato via noi, ma chi subentrò a Brizzi. Pagliuca l’ho scoperto io, giocava ad una manciata di chilometri dal centro tecnico di Casteldebole e nessuno degli osservatori lo aveva notato. E’ diventato uno dei portieri più forti al mondo, ha dato lustro al calcio italiano e a Bologna”. E aggiunge: “Quando io e Brizzi siamo andati via, abbiamo lasciato in attivo il bilancio della società di 1 miliardo e quasi 800 milioni di lire. Soldi disponibili da investire nel nuovo Bologna di allora.

Luca Toni, alla sua prima stagione a Verona

Luca Toni, alla sua prima stagione a Verona

Quindi abbiamo sempre lavorato negli interessi della società, nonostante i sobillatori e certi personaggi che remavano contro”. L’ex ds è un fiume in piena: “Non sono mai retrocesso, si lavora con i conti alla mano e investimenti sui giovani, adatti al campionato. Mi fu contestato il fatto di non aver preso Rebonato (gli fu offerta la metà del giocatore ndr), ma in cambio scelsi due giocatori come Bianchi e Foglietti che oltre ad andare bene nel gruppo, facevano quadrare il bilancio”. Ma Recchia è stato un talent scout, aveva il fiuto nella ricerca di scoprire i campioni del domani: “Tacconi, Vignola, Protti, Toni, Allegri, tanto per citarne alcuni. Pensi che Luca Toni quando era a Modena voleva smettere e io lo convinsi a continuare e lo mandai all’Empoli. Me lo pagarono bene, sia chiaro, ma da lì cominciò la sua scalata verso il grande calcio. Quest’anno sta disputando una stagione come quella del Mondiale 2006”.
Chiusura su Moggi e sul futuro: “Luciano era, è e sarà un amico. Non abbandono gli amici nel momento del bisogno”. E conclude: “Se Bologna chiamasse? Rispondo a tutti e non ho preclusione verso nessuno. Ho Bologna nel cuore, questo è sicuro. Di certo non ho capito alcune operazioni di mercato di questa proprietà. Proprio per la storia e la tradizione calcistica del Bologna, la squadra merita una classifica differente”.

Piero Giannico

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