Il “verbo” di Valerio Bianchini: “Non abbiamo una nazione di basket, quindi non ci sono capitali, neanche Bologna, ma solo consolati di cesti yankee o est europei. Conserviamo almeno i presìdi!”


Mi si chiede: quali sono oggi le capitali del basket italiano? Rispondo che per avere una capitale del basket bisogna prima avere una Nazione del basket e noi italiani una Nazione del basket non l’abbiamo più e nemmeno una nazione della Pallavolo, del Rugby o della Pallanuoto. Abbiamo delle provincie dove si praticano questi sport obsoleti, perché la nazione italiana ha un solo gioco di squadra, monarca assoluto, che si chiama calcio.

Davanti allo strapotere del calcio che la televisione ha ormai assurto a religione degli italiani, il basket ha resistito finche’ ha mantenuto una sua identità di sport dell’era post-industriale, capace di innovazione, di sperimentazione, di promuovere un linguaggio diverso, di narrare le sue vicende sportive come vicende umane e non come sterili rapporti tecnologici, insomma di suscitare emozioni e non solo opinabili valutazioni tecniche. Tutto cio’ negli ultimi quindici anni e’ andato perduto, travolto dalla globalizzazione peggiore e naturalmente dalla crisi economica.

Una crisi che ha portato tutti i nodi del basket al suo pettine.

Anzitutto il fatto che il basket, come il resto dello sport-business italiano, non e’ basato sul profitto ma sul mecenatismo. Facoltosi imprenditori elargivano milioni per pura passione o per interesse alla visibilità o a sedere in tribuna accanto al sindaco o al sottosegretario. Cullandosi in questi consolidati privilegi,che la crisi avrebbe spazzato via, la maggior parte delle società ha rinunciato al marketing, alla cura del territorio, alla promozione dei vivai, ai rapporti con la scuola, al quotidiano confronto con la stampa, alla cura del prodotto televisivo,illudendosi che bastasse rincorrere le dispendiose proposte dei procuratori dei giocatori per fare squadre di successo, bypassando le competenze e l’esperienza dei manager sportivi e anzi, affidando la dirigenza delle loro squadre ad ex-giocatori, cresciuti e ingrassati da quegli stessi procuratori che hanno nel profitto personale il loro primario obbiettivo professionale.

Meglio avere otto, dicasi otto, stranieri in squadra tra extracomunitari, comunitari, passaportati e “cotonou”, ultima invenzione utile ad  uccidere l’identità di bandiera di una società, piuttosto che lavorare sui vivai e sulla formazione dei giocatori italiani.

E ora che le casse sono vuote il livello di tutti questi stranieri si e’ drammaticamente abbassato e cio’ nonostante in campo gli italiani si vedono assai raramente.

Capite ora perché, a mio parere, diventa ozioso parlare di capitali del basket italiano. Basterebbe conservare qualche presidio del basket italiano.

Bologna che era “basket city” per eccellenza e che poteva con valide ragioni considerarsi la capitale del basket italiano, ha rischiato di perdere entrambe le sue leggendarie squadre. Milano, persa la memoria del grande Simmenthal, e anche quella meno lontana dell’epopea di Meneghin e D’Antoni, ha smarrito la sua identità rincorrendo abiti pret a porter e rinunciando a scegliere le stoffe giuste, a prendere le misure sulla squadra e a dare al sarto eccellente il tempo delle prove e dei rifacimenti, rincorrendo un immediato glamour che invece lo sport ti da’ solo dopo anni di lavoro e programmazione.

Cantù altra ammirevole icona del basket ha saputo fare la sua riconversione industriale. Essendo stato un luogo leggendario di produzione di giocatori italiani, ha riadattato questa capacita’ reclutando e formando giocatori stranieri, che poi ha distribuito alle più forti squadre europee, dimenticandosi del tutto di produrre giocatori italiani. Cosi’ Siena, ammirevole per organizzazione e risultati ha per anni vissuto solo sugli stranieri e per nemesi il suo allenatore Pianigiani, che ha vinto scudetti come noccioline basandosi solo sugli stranieri, ora, come CT degli azzurri, invoca, prega, scongiura i colleghi della serie A affinché facciano giocare qualche minuto anche i ragazzi usciti dal grembo di mamme italiane.

Capitali del basket italiano non ne vedo. Vedo dei consolati del basket americano, lituano, lettone, bulgaro, argentino e via dicendo, mentre la Nazionale Italiana e’ ancora una volta fuori dalle grandi competizioni internazionali.

 

Valerio Bianchini

 

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