L’altra faccia del “caso” Birindelli: fermarsi, per riflettere


La ‘cultura sportiva’ contro il ‘rispetto delle regole’. Il contendere è in sintesi questo. Capita all’ex juventino Alessandro Birindelli (quasi 200 presenze con i bianconeri dal 1997 al 2008, n.d.r.), oggi allenatore al settore giovanile del Pisa, di emulare il più noto ‘collega’ Kevin-Prince Boateng che all’inizio del 2013, in occasione di un’amichevole contro la Pro Patria, è stato oggetto di cori razzisti da parte di qualche tifoso locale. Prince se la prese talmente tanto da guadagnare in fretta e furia lo spogliatoio. Gesto applaudito e, allo stesso tempo, stigmatizzato.

Quello di Boateng, è stato un episodio che ha aperto una voragine dibattimentale. Le leggi, per combattere il razzismo, ci sono? Sono sufficienti? All’oggi, il problema si sta combattendo con la chiusura degli impianti (o curve) che si ‘rendono colpevoli’ di atti di razzismo. Insomma, chi offende il prossimo sarà punito. Ma è la strada giusta? Questi provvedimenti funzionano? Siamo in attesa di risposte.

In un primo momento, il ‘caso’ Birindelli può sembrare di natura diversa, rispetto al problema sul ‘razzismo’, ma invece colpisce in ugual modo questo sport, il calcio e, di riflesso, qualsiasi organizzazione sportiva. Colpisce, soprattutto, la nostra società che non riesce ad arginare la violenza, la maleducazione, il rispetto delle regole. Che fine ha fatto il valore della famiglia? Dov’è finita la tradizione? Che fine ha fatto il valore dello sport?

Come abbiamo visto, basta poco per fare accendere gli animi di un gruppo di genitori durante una partita di Esordienti. E’ accaduto sabato 14 dicembre a Pisa in occasione di Ospedalieri-Pisa, un’importante match che decideva un’intera stagione (si fa per dire) della categoria Esordienti Fair Play, e sottolineiamo Fair Play. Stiamo parlando di bimbi nati nel 2001. E i loro genitori vengono alle mani per una partita di quel tenore? E a pochi giorni dal Santo Natale? Insomma, al bravo Birindelli gli sono girati gli zebedei ed ha (giustamente) ritirato la squadra. Ma allo stesso tempo, era inevitabile che il giudice sportivo applicasse i regolamenti (le carte federali) che sono chiare in tal senso. L’abbandono del terreno di gioco equivale ad una sconfitta a tavolino, 3-0. Per chiudere il cerchio del ‘colpevole’ Birindelli, il Pisa rimedia anche un punto di penalizzazione.

Non basta però citare questi casi. La casistica della violenza nel calcio si amplia con il recente caso di inizio anno 2014, in occasione di un incontro di Juniores regionali tra Sibilla e Puteolana. Un fallo di reazione scatena un maxi-rissa con dieci espulsi ed un ferito. Partita sospesa e riflessioni a go go.

Ora, è evidente che qualcosa in questo nostro Paese non funziona, e non ci vuole il mago Zurlì per capirlo. Il dibattito è senz’altro aperto e bisogna parlarne, e occorre chiedersi, perché anche i più piccoli valori sociali si sono persi? Pensiamo un solo attimo. Non c’è nulla che funzioni, in questo Paese. Non c’è un settore che sia esente da problematiche. Il problema climatico-ambientale (creato dall’uomo) che porta a disastri. Il problema carceri e annessi permessi concessi a (normali) serial killer. Gli spacciatori e le baby squillo che imperversano nelle scuole, con genitori più o meno consapevoli. E potremmo divagare fino all’infinito. Siamo fuori tema? Non ci pare, e vi spieghiamo perché.

Tornando al calcio, in questo momento sta rivivendo l’ennesimo terremoto, con il nuovo filone delle scommesse: altri indagati, altri presunti illeciti. E siccome non basta sparare sulla ‘croce rossa’, ci voleva anche questa ennesime e vergognose storie, del gruppo di genitori che si prendono a ‘sberle’ per una partita di calcio e di juniores che si prendono a pungi per un fallo di reazione. Genitori che dovrebbero fare i genitori e allenatori che dovrebbero fare gli allenatori e lo stesso possiamo dire per i presidenti, i dirigenti e i giornalisti.

Tornando quindi all’origine del problema. Siamo qui a chiederci se Birindelli abbia fatto bene a fermare una partita di pallone. Ha fatto bene! Però bisogna anche chiedersi se la ‘cultura sportiva’ deve prevaricare sul ‘rispetto delle regole’, o viceversa. E la risposta non è scontata, perché uno Stato democratico è fatto di regole e se ognuno di noi se le ‘personalizza’, entriamo nel campo dell’illegittimità, dell’illecito. Quindi, a Birindelli va senz’altro un plauso , il suo gesto è encomiabile (piuttosto si vergognino quei genitori), ma allo stesso tempo non possiamo e dobbiamo scandalizzarci se arriva la ‘penalizzazione’ per la società coinvolta. Le regole vanno applicate, altrimenti cadiamo nella retorica ‘voglia’ dell’’isola che non c’è’. Non ci sono ricette, ma forse ripartire dalle piccole cose potrebbe aiutarci. Pensare d’insieme e ripartire dai nostri figli, che sono il bene più prezioso. Ripensiamo le scuole come luogo di cultura e conoscenza, dove si trasmettono i valori, invece di pensare ai registri elettronici …

Fabio Campisi

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