Le elezioni FIGC viste da dentro: delusione e speranza di un’elettrice di Abodi


Ecco il racconto delle elezioni FIGC fatto da chi ne ha fatto parte. La delusione per la conferma di Tavecchio e la speranza nel futuro

– di Roberta Li Calzi –

Tavecchio è stato rieletto con il 54%, sconfitto Abodi (ph. Zimbio)

Lunedì ho partecipato, in qualità di delegata dell’Associazione Calciatori, all’Assemblea elettiva della FIGC. Il nostro voto di calciatrici e calciatori è  andato convintamente ad Andrea Abodi. Assistere alla presentazione dei programmi dei due candidati è stato l’esempio lampante di quale sia la realtà del nostro calcio, se mai ve ne fosse bisogno. Carlo Tavecchio, Presidente uscente di 73 anni, ai vertici di questo sport da troppo tempo, ha letto un discorso scritto probabilmente da altri e nemmeno lo ha letto bene, tutto incentrato sui numeri e dal quale non è emersa alcuna emozione. E si sa, lo sport, anche al vertice, non si regge senza emozioni. Poi è stato il momento di Andrea Abodi, che oggi di anni ne compie 57, e che si è rivolto alla platea “a braccio”, parlando di collaborazione, confronto, idee, emozioni, crescita, innovazione. Insomma, di sport.

L’apice della giornata lo hanno raggiunto le parole pronunciate da Damiano Tommasi, che sono orgogliosa di avere come rappresentante della mia categoria, e non perché sono di parte, ma perché ho imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo in questi anni per quello che è: una persona integra, vera, preparata e coraggiosa. Che ha creato un senso di appartenenza, ha fatto “spogliatoio”, donne e uomini, insieme. Il discorso più applaudito di ieri, perché “ci si deve poter guardare allo specchio prima del voto e anche dopo“. E noi atleti l’abbiamo fatto, in tutte e tre le votazioni. Con la schiena dritta e la testa alta, per guardare avanti. Proiettata verso un cambiamento, che purtroppo non è stato ieri, ma che è in arrivo.

Ho ascoltato il “mister” Renzo Ulivieri, che mi aveva sempre fatto credere come gli ideali ci siano anche nel calcio. E invece stavolta, in un momento in cui se le componenti tecniche (allenatori e calciatori) fossero rimaste unite, come sempre avvenuto in questi anni, avrebbero determinato davvero un cambiamento, colui che credevo un “rivoluzionario” ha deciso di allinearsi al sistema precostituito, a quel potere che aveva sempre combattuto.

E così, alla fine, una platea per la stragrande maggioranza maschile e di età media piuttosto alta (per usare un eufemismo), ha determinato la vittoria di Tavecchio col 54%. Perché, in fondo, che il calcio rimanga immobile fa comodo a molti. Cambiare le cose richiede competenza, sacrificio, coraggio. E per farlo ci vogliono persone disposte a mettersi in gioco, senza vincolarsi a promesse, nè sottostare a chi è abituato da troppo tempo a muoversi solo secondo logiche di potere, dove i contenuti, le idee e le emozioni non contano. Ma tutto questo, un giorno non molto lontano, cambierà.

E avremo un calcio migliore in un paese migliore.

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