L’ennesima disfatta Virtus analizzata da Michele Teglia: zona e secchi del latte pericolosamente rovesciati


Evidentemente a Cervi deve aver giovato quel viaggio di ritorno da Samara solo soletto (era stato giudicato troppo alto per poter accedere ai posti dell’aereo prenotato dalla Società per il ritorno): nel primo quarto ha costretto Jerome Jordan a correre e muoversi, per poi tagliare e venir rifornito dai compagni con estrema puntualità, punendo oltremodo la difesa bianconera di casa. E’ stata una gara piuttosto strana: le solite 3 rotazioni di Valli dalla panca, mentre Menetti, anche a causa dei viaggi di Eurochallenge, le allunga praticamente di un’unità (visto che Ariel Filloy rimane in campo solo un paio di minuti); i ritmi sono forsennati e frenetici: Warren, il nuovo arrivato, è inserito nello starting five e non perde occasione, ogni qualvolta riceve le aperture da rimbalzo, di spingere il palleggio e di alzare i ritmi, anche quando non ve ne sarebbe vantaggio, col risultato di perdere nei primi 3 minuti un paio di palloni sanguinosi.

Matteo Imbrò, capitano della Virtus

Matteo Imbrò, capitano della Virtus

C’è “baruffa nell’aria” tra Ebi e James White, che, in prima battuta, non avrebbero dovuto sfidarsi, perlomeno in un faccia a faccia, ma che, a causa dell’assetto con Jordan da centro, costringe il nigeriano virtussino agli straordinari per arginare un’ala in grado di allargare il campo come il reggiano. Cosicchè, dopo 5 minuti di sostanziali schermaglie e di cattive gestioni offensive, ecco che Valli estrae dal cilindro la vecchia 2-1-2, giudicata perfetta (ed i fatti sostanzialmente non gli possono che dare ragione) per far coesistere Jordan ed Ebi (o successivamente Ebi e Motum), evitando così al giamaicano di dover fare show di sofferenza nei recuperi contro i Pick n’Roll di Kaukenas e Cinciarini. Walsh pare maggiormente disciplinato nelle scelte offensive, nel primi 3 quarti perlomeno, tende a protrarre di meno il possesso palla ed a ricavare le proprie opportunità dal fluire delle buone iniziative di Hardy, che mette quasi sempre in ambasce la difesa biancorossa: la guardia bolognese è un iradiddio, fa e disfa, penetra e colpisce, oppure riceve e punisce dagli scarichi esterni, attira a sè tutta la difesa per poi passare palla ai compagni aperti di turno, insomma, vale da solo il prezzo del biglietto e francamente non gli si può chiedere di più. Intanto la zonaccia appiccicosa di Valli funziona e limita di fatto le invidualità reggiane, che però mai attaccano veramente la zona del post alto con Silins; si rivede anche il fantasma di Gigli (allo stato attuale molto peggio di Cervi) e pure la ex mano calda Frassineti, che intende mettersi in mostra e sparacchia in un paio di occasioni di troppo.

Così la partita (tra ritmi veramente alti e poco disciplinati), scorre sostanzialmente in equilibrio, e, all’inizio dell’ultimo quarto tutti pensavano dietro ai cappelli che Reggio Emilia, dopo le recenti battaglie di Coppa, avrebbe ceduto alla distanza: e così è stato, le ottime iniziative in isolamento di Hardy e qualche canestri inventato allo scadere dei 24″ da parte di Walsh, hanno scavato a 2 minuti e mezzo dal termine un solco di ben 10 punti; ma a questo punto la Virtus ha buttato nell’immondizia palloni su palloni (sanguinosa la persa di Fontecchio a 47″ dalla fine su rimessa laterale), con Motum che riesce nella titanica impresa di farsi stoppare nel giro di 1 minuto e mezzo tirando da 7 metri, nella stessa identica maniera e dalla stessa mattonella, a cui però il solito Hardy pareva aver messo una bella pezza, catturando e trasformando un rimbalzo offensivo a meno 22 secondi e riportando i suoi colori a +2. A Kaukenas viene concessa un’autostrada sulla mano destra ed in lay-up, ed in seguito la palla viene gestita in modo scriteriato, oltretutto commettendo un fallo (Ebi) che mai si dovrebbe commettere (in attacco, su punteggio pari e con già i supplementari in saccoccia). Ergo: la zona ha dato una bella mano alla Virtus, che però, una volta che il cospicuo vantaggio è stato guadagnato, non ha saputo (e voluto) gestire meglio i ritmi, continuando a giocare a per segnare piuttosto che per far spendere falli, per andare in lunetta e per impedire facili opportunità a Reggio, condendo poi il tutto con palle perse piuttosto sconcertanti. Forse è il metro dell’attuale Serie A ed il segno dei tempi, ma la sensazione è che, non solo nel caso della Virtus di ieri, si giochi allo stesso modo, sopra o sotto di 10 punti e logicamente, chi è stato “positivamente viziato” dalla pallacanestro pragmatica che si è giocata fino a 4-5 anni fa, ne rimane traumatizzato. Così è stato.

Michele Teglia

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