Lucio Mazzi ricorda Freak Antoni, un genio colorato di rossoblù


Ehi, lassù, fate largo all’avanguardia!

 

Ho conosciuto pochi geni nella mia vita, 2 o 3. In comune avevano una cosa: non sapevano, non credevano di esserlo. Anzi, erano convinti esattamente del contrario. Ma lo erano (lo sono).

Uno di questi era Roberto.

Freak per tutti, anche per me che l’avevo conosciuto per un’ intervista ai tempi dei primi Skiantos e poi non ci eravamo più persi di vista.

Freak Antoni (per carità: Antòni, con l’accento sulla o: era il suo cognome: si chiedeva sempre perché qualcuno lo chiamasse Antony all’inglese, in una sorta di Fricchèntoni…) era un genio.

Su questo nessuna discussione.

E, per una volta, c’è da essere soddisfatti che questo sia sempre stato riconosciuto, se non dal grande pubblico (non gli interessava mica tanto), dagli “addetti ai lavori”. Per primi quei musicisti che a lui devono tanto: Elio, ovviamente, ma, ad esempio, anche Vasco Rossi che da lui, se non la lezione della demenzialità, apprese bene quella del parlare “per slogan” dicendo tutto in poche parole: “Largo all’avanguardia”, “Siamo solo noi”, “Io sono uno Skianto”, “Basta poco”…

roberto_freak_antoni_620_x_400Che poi ridurre ciò che Freak era a ciò che Freak faceva è ingiusto perché incredibilmente riduttivo.

Ciò che faceva è materia per le enciclopedie, ciò che era è l’essenza del rimpianto e della commozione di chi l’ha conosciuto. Freak era una persona… buona, gentile, disponibile sempre. Mite, pacata (anche quando tirava badilate di taglio su qualche “collega”). Sto parlando di uno che gettava vermetti e verdura al proprio pubblico “di merda”, ma che giù dal palco era una persona speciale. Come nel mondo dello spettacolo non ce ne sono.

Vorrei che ciò non fosse considerato come “le solite buone cose che si dicono su chi scompare”: non l’ho scritto per altri non lo scriverò per altri, perché lui era davvero così, altri che io abbia conosciuto no.

Semplice.

Poi tifava Bologna. Bene, ma anche qui, in modo discreto: io lo scoprii solo quando gli Skiantos uscirono con “FedeRossobù”: lo conoscevo da anni eppure questa fede comune fu una rivelazione. Non era di quelli che se ne vantavano, di quelli che se ne giovavano: mai visto pavoneggiarsi allo stadio, né sventolare bandiere (fisicamente o metaforicamente). Probabilmente anche di questo, come in tutte le cose in cui credeva, era geloso.

Ho chiesto al Bologna di ricordarlo, la prossima partita in casa, con questa canzone: speriamo lo facciano. Non so se lui apprezzerebbe, chi l’ha stimato di certo sì, i tifosi di certo sì.

E uno così ci mancherà. Mancherà alla musica, ma molto di più a chi l’ha conosciuto.

Lucio Mazzi

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