“L’urlo della città” Il famoso articolo di Luca Goldoni
dopo lo spareggio scudetto Bologna-Inter del 1964


(Il Resto del Carlino 8 giugno 1964)

ERA DOMENICA, 7 giugno 1964 e il Bologna si giocava lo scudetto con l’Inter in uno spareggio in programma a Roma. Il direttore Giovanni Spadolini, pur essendo un alieno degli stadi (credeva che le partite si svolgessero in tre ‘atti’), aveva capito l’enorme valenza popolare dell’evento e aveva mobilitato le firme del Carlino. «Tu — mi aveva detto — fai la città».

Alle 17 in punto, mentre cominciava la radiocronaca, ingranai la marcia e cominciai a pattugliare lentamente il centro di Bologna. La città era vuota, letteralmente, senza un’anima. Troppo facile il paragone con certi film di fantascienza dove l’obbiettivo carrella lento su strade intatte ma senza vita, su finestre aperte e deserte, e nel silenzio, si ode solo un ronzio che non si capisce bene cosa rappresenti, ma è certamente di sicuro effetto.

Anche a Bologna, nel silenzio e nel vuoto delle strade, udivo questo strano ronzio metallico: erano decine di migliaia di radio accese nei soggiorni, nei bar, nelle cantine dove faceva più fresco. Non vedevo la gente ma la immaginavo, tutti riuniti, parenti, amici, condomini perchè insieme era più facile affrontare quei novanta minuti di angoscia. Parola impegnativa ma non ne trovavo altre: non era più soltanto un campionato che si concludeva, ma una vicenda terribile e assurda, perché in questogioco della domenica si erano concentrati sentimenti, drammi, dolori, persino la morte (di un anziano sulle gradinate), che normalmente riguardano altri più essenziali aspetti della nostra esistenza.

Desideravo, al di là del tifo, che vincesse il Bologna perché era stato ingiustamente accusato di doping. Poi la verità aveva trionfato e quindi era logico aspettarsi un finale da ‘arrivano i nostri’. Per questo tutti stavano incollati alla radio, anche quelli che, quando il cronista urlava Suarez entra in area, avevano un tuffo al cuore e poi mormoravano fra sé: di chi sarà questo Suarez, del Bologna o dell’Inter?

Se nello psicodramma collettivo i rossoblù erano i ‘buoni’, i nerazzurri proprio cattivi non erano. Ma poco simpatici pure. Tanti ricordavano infatti che, quando l’Inter era andata a Vienna, aveva snobbato l’albergo che era stato di Onassis e di Soraya, perché non abbastanza all’altezza. E, durante la conferenza stampa ai cronisti austriaci, i camerieri, invece di servire tartine e Martini, offrivano orologi e altri omaggi costosi. E i dirigenti dichiaravano ai giornalisti: «Se vinciamo venite con noi a Rio De Janeiro, paghiamo tutto noi». E i bolognesi commentavano: «Miliardari lo saranno, ma signori proprio no».

Bologna FC Roma 7 giugno 1964

La formazione del Bologna dello scudetto

Passarono lentamente i primi quarantacinque minuti. Mi fermai su un viale e mi sedetti su una panchina. Nell’intervallo finestre e balconi si popolarono di uomini in canottiera e donne in sottoveste. Scuotevano la testa e scambiavano due parole, o stavano muti con i gomiti sul davanzale. Dopo un quarto d’ora, tutti sparirono come a un colpo di fischietto. La radio ricominciò a parlare di azioni, di linea laterale del campo, di goal mancati per un soffio. Sulla voce della radiocronaca, ognuno ricominciò a costruirsi il suo filmato personale, forse più emozionante di una telecronaca.

Ad un tratto accadde qualcosa di indescrivibile. Un urlo disumano, che non si era mai udito perché siamo abituati ai boati degli stadi, non a quello di una città. Non era il Bologna che aveva fatto goal, era una vicenda che cominciava a chiudersi come doveva: la favola con dentro tutti gli ingredienti che dicevo, Davide e Golia, la calunnia e la verità, l’innocenza che trionfa. Dopo qualche minuto, un altro mostruoso rimbombo (per il fischio di chiusura) e, quasi istantaneamente, si rovesciò per le strade una vera umanità, giovanissima e veneranda, sciccosa e plebea, bella e brutta. Guardavo le mille facce e mi sorpresi a pensare che ognuna di esse con le sue corde vocali avesse messo insieme quell’urlo surreale.

In pochi minuti nelle strade non ci si muoveva più e constatai con sgomento che bisognava risalire alla fine della guerra, cioè a ben altro evento, per trovare uno spettacolo simile. Ma poi pensai che anche le cose più modeste diventano rispettabili se riescono a suscitare una gioia così grande e così vera. Era giusto che ci fossero giorni anche per queste bandiere, queste lacrime, queste candide emozioni. Scesi dall’auto e abbracciai un signore.

Luca Goldoni

 

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