Marco Belinelli: una vita da gregario? Dalle giovanili Virtus a San Antonio, superando molte difficoltà, Beli ora è un giocatore fondamentale.


Parafrasando Ligabue, quanta strada che hai fatto Marco.

Un giovanissimo Belinelli ( penultimo in piedi da sinistra) nelle giovanili della Virtus 2000/01.

Un giovanissimo Belinelli ( penultimo in piedi da sinistra) nelle giovanili della Virtus 2000/01.

Inizia tutto dalla prima volta che hai esordito in Serie A, a 16 anni in quella Virtus Kinder Bologna di Ettore Messina e Emanuel Ginobili. Belinelli era solo un sedicenne ma con la grande possibilità di giocare in palcoscenici importanti, ma soprattutto giocava in una pallacanestro diversa da oggi: con più soldi e più talento. Dopo il fallimento della Virtus Bologna del 2001, Beli andò a giocare dall’altra sponda del tifo bolognese: la Fortitudo e pian piano con Jasmin Repesa si guadagnò minuti e rispetto, ma soprattutto un eredità importante: quella di sostituire il capitano Gianluca Basile dopo la vittoria del secondo scudetto della storia biancoblù. Fin dal suo arrivo e dopo aver conosciuto il gioco di Gianluca, ha provato ad emularlo in un fondamentale che ora è diventato il suo punto di forza: il tiro da tre punti. Ha poi cercato di rivincere lo scudetto con la Fortitudo da leader, ma non ci è riuscito, forse perché aveva già un altro pensiero in testa: la NBA.

Nella gara contro gli Stati Uniti ai Mondiali del 2006, Marco aveva già fatto un’ ottima impressione agli scout americani presenti  e successivamente sbarcò in America dalla porta principale: chiamato a San Francisco dai Golden State Warriors nel draft del 2007, 18° chiamata assoluta. Appena arrivato Beli giocò una Summer League esaltante con 38 punti all’esordio, il preludio di un ottimo inizio.

I Warriors erano però una squadra difficile, con tanto talento, ma i veterani Stephen Jackson e Baron Davis non la trascinavano a sufficienza. Coach Don Nelson poi, era famoso per non avere un gran bel rapporto con le matricole appena arrivate in NBA, figuriamoci con Belinelli: europeo e alla prima esperienza al di là dell’Oceano. Giocherà poco nella sua prima stagione, ma il ragazzo di San Giovanni in Persiceto, non si demoralizzò e alle poche occasioni offerte oltre al soprannome dei tifosi americani di Rocky per la somiglianza con l’attore americano Sylvester Stallone, fa vedere anche il suo talento ma non abbastanza per avere chance da titolare nel team.

Marco Belinelli, con la divisa degli Warriors.

Marco Belinelli, con la divisa degli Warriors.

Maurizio Gherardini,  general manager dei Toronto Raptors però si ricorda dei suoi trascorsi nella Effe Campione d’Italia quando era avversario della sua Benetton Treviso prima di sbarcare anche lui in America, e dopo aver selezionato nel 2006  la prima scelta assoluta Andrea Bargnani nella sua squadra, riuscì tramite uno scambio ad avere anche le prestazioni Belinelli. Nonostante le grosse aspettative la stagione di Marco sarà purtroppo molto deludente: troppe volte seduto in panchina e poche le volte ad entusiasmare i tifosi canadesi. Nel web e tra i tifosi più accaniti parte quindi una brutta moda: quello di affibbiargli il soprannome di Marco “SDENG” Belinelli, ovvero il rumore del pallone che si schianta sul ferro del canestro. Non il massimo.

Quello fu un momento molto difficile per il nostro bolognese, con tutti i tifosi e giornalisti che gli consigliavano il ritorno in Europa. Marco non abbandonò ancora l’idea del sogno americano firmando l’anno dopo per New Orleans. NOLA era quella squadra ancora sconvolta per l’uragano Katrina che aveva distrutto la città,  registrava quasi sempre il tutto esaurito vista la presenza di uno dei migliori giocatori NBA, il playmaker Chris Paul. La chimica tra i due sale di partita in partita, vista anche l’enorme fiducia che il numero tre dei New Orleans Hornets diede al nostro Beli che riesce finalmente a mostrare le sue doti di difensore, e soprattutto di realizzatore. Disputerà una delle migliori stagioni a livello statistico da quando è arrivato nei pro negli Stati Uniti ma soprattutto otterrà il rispetto in quella lega, come lavoratore serio e gregario affidabile.

Arrivano i primi elogi pubblici dallo stesso Chris Paul che nel frattempo è passato dai Los Angeles Clippers ai Los Angeles Lakers del suo idolo Kobe Bryant. Tutti lo volevano viste le ottime cose mostrate nell’ultima stagione agli Hornets, alla fine sceglierà Chicago. Al momento della firma, come nel 1999, si ripresenterà nuovamente il lockout interrompendo ogni singolo allenamento o partita che possa rappresentare la NBA.

Belinelli, Ginobili e Parker durante una partita.

Belinelli, Ginobili e Parker durante una partita.

Tornato quindi nella sua San Giovanni in Persiceto, Belinelli richiamerà il suo amato ex allenatore quando era alle giovanili Virtus: quel Marco Sanguettoli che lo creò e lo portò giovanissimo in prima squadra, lavorando individualmente su aspetti di gioco dove era carente: l’uso della sua mano debole sinistra e la coordinazione sul tiro. Questo lavoro sarà fondamentale per Beli che non appena ritorna in NBA, disputa una stagione trionfale, pur convivendo nello spogliatoio l’enorme stress mediatico di Adidas, sull’eventuale ritorno dell’attuale stella dei Chicago Bulls Derrick Rose infortunatosi al ginocchio. Derrick successivamente decise non comunicandolo alla stampa di saltare l’intera stagione e per Marco si aprirono tanti minuti da condividere con un’ altra scommessa firmata in quella stagione: Nate Robinson, un funambolico playmaker di soli un metro e settantacinque centimetri.

La squadra in perenne emergenza darà a Marco tante occasioni per mettersi in mostra e nella stagione segnerà tanti canestri importanti e decisivi per la vittoria (una tripla dall’angolo contro gli Utah Jazz, un canestro cadendo all’indietro in casa dei Boston Celtics) ma soprattutto realizzò una tripla facendo il gesto delle Big Balls che porterà Chicago al secondo turno di playoff, dopo aver vinto gara sette ma anche spendendo 15.000 dollari di multa per il brutto gesto.

Sarà quindi l’italiano che avrà fatto più strada in NBA e dopo l’ottima stagione passerà in estate ai San Antonio Spurs, nella squadra di Emanuel Ginobili che già era stato suo compagno in Virtus. I colori sono di nuovo bianconeri e le speranze di vittorie le stesse dell’esordio nel professionismo, ma la squadra dove si presenta è nuova, ancora una volta con fiducia e rispetto da conquistare da zero. Stavolta il pedigree di Marco è diverso: Ginobili trentaseienne è pronto a consegnargli lo scettro e l’allenatore Popovich è conscio delle sue capacità dimostrate negli scorsi playoff ed ha completa fiducia nel giocatore, confermando quindi l’ottima scelta maturata quest’estate di giocare per gli Speroni del Texas.

Estate purtroppo che lo ha visto protagonista non superlativo in Nazionale durante gli ultimi Europei. Il “siamo questi” di Pianigiani è stato purtroppo solamente uno slogan di un torneo costellato da infortuni e troppo condizionato da prestazioni sempre in emergenza di formazione per l’Italia. Nonostante tutto si è andato più avanti di quanto si credeva ma quel benedetto tiro da tre punti quando serviva veramente ha più volte toccato il ferro, forse stanco dall’intensa stagione a Chicago.

Marco però dall’inizio del campionato NBA sta viaggiando come nessun altro in America con un fantasmagorico 56% al tiro da tre punti nella sua nuova squadra e con più di una voce di partecipazione al NBA All-Star Weekend Three-Point Shootout che si disputerà nella “sua” ex New Orleans quando era un gregario in attesa di reputazione.

E qua ripartiamo dal titolo che ho inserito con una domanda: sicuri che sia solo un gregario?

 

Davide Trebbi

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