Non è un basket per i playmaker.
L’evoluzione di un ruolo, da ragionatore a realizzatore.


D'antoni e Nash

Mike D’Antoni catechizza Steve Nash.

Il mito dell’estinzione dei playmaker nel gioco del basket è negli ultimi anni tema di grosso dibattito per gli amanti di questo gioco. Il notarsi di questo chiacchierato problema è dovuto inizialmente al cambiamento delle regole europee e FIBA che a fine anni Novanta hanno portato una delle regole più importanti e significative della pallacanestro stelle e strisce: ventiquattro e non trenta secondi per finire l’azione offensiva. Questa regola ha successivamente portato tanti cambiamenti nel gioco del basket europeo: un gioco più fisico, meno ordinato ma indubbiamente più spettacolare. A farne le spese sono stati, secondo molti, gli stessi playmaker che con meno secondi a disposizione non potevano più dettare i ritmi ma velocizzarsi a effettuare la miglior soluzione in tempi più stretti. Ettore Messina allenatore e leggenda del basket europeo nel suo periodo iniziale bolognese sponda V nera, cercò, dopo l’introduzione di questa regola, di adattare il suo gioco con in campo tre ottimi portatori di palla (Rigadeau, Jaric, Ginobili) e attuando quindi in Europa la motion offense; usata da un’altra leggenda americana Bobby Kinght su idea di Hank Iba, fu il primo tentativo europeo di eliminare l’uso del playmaker e costruire un sistema di gioco fatto di letture su cosa la difesa concedeva in quel momento a tutti i cinque giocatori in campo. Phil Jackson successivamente con la triple post offense (il triangolo, per intenderci)riuscì a vincere tantissimi campionati sempre con uno schema di letture e con il playmaker di turno sempre più trasformato a guardia. Quindi possiamo dire che i tempi per i playmaker sono finiti?
No perché Mike D’Antoni nel suo periodo europeo prima di ritornare nella sua patria, ha costruito a Treviso un gioco dove il playmaker è il fulcro. La run & gun (corri e tira) presa e sviluppata dal suo fondatore Paul Westhead è al momento il gioco più spettacolare da vedere dove il playmaker in meno di sette secondi (7 second or less) trova le spaziature per fare effettuare dei tiri veloci ai 4 esterni contemporaneamente in campo. Con lo svilupparsi di questo schema, ma con il gioco che pian piano sta diventando sempre più fisico, i playmaker quindi sono diventati più offensivi e simili a delle guardie ( da qui l’inizio del termine point guard) e meno ragionatori di un tempo, adeguandosi alla pallacanestro odierna. Quindi più che playmaker che stanno scomparendo diremmo forse che le guardie classiche sono in via di estinzione, non siete d’accordo in questo caso?

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