Pagliuca: “Sarò sempre grato a Mantovani, Moratti e Gazzoni”


Gianluca Pagliuca, portiere del Bologna e allenatore dei Giovanissimi Nazionali rossoblù, si è raccontato al “Pallone Gonfiato Monday Night” dove ha ripercorso la propria carriera

– di Massimo Righi –

Pagliuca con la maglia della Sampdoria (ph. doria.altervista.org)

Pagliuca con la maglia della Sampdoria (ph. doria.altervista.org)

Nel corso del Pallone Gonfiato Monday Night, andato in onda ieri sera dalle ore 21 su Telecentro per la serie “In campo col Campione” e giunto all’ottava puntata, Gianluca Pagliuca è stato ospite di Alberto Bortolotti, che grazie all’idea ed ai filmati di Marco Dall’Olio, ideatore e promotore della puntata, ha ripercorso la carriera di uno dei portieri più forti di sempre, con l’orgoglio di essere bolognese, tifoso rossoblù e di aver giocato nel Bologna. Pagliuca è nato a Bologna il 18 dicembre 1966 e la sua carriera da professionista, iniziata nel 1987 e terminata vent’anni dopo nel 2007, è disseminata di record. L’ex portiere rossoblù è l’estremo difensore ad aver disputato più partite in Serie A, ben 592. Nella classifica generale di presenze nella massima serie è preceduto solo dai 647 gettoni di Paolo Maldini e dai 615 di Javier Zanetti. Pagliuca ha anche vinto 1 Scudetto (1990/91), 3 Coppa Italia (1988, 1989, 1994), 1 Coppa delle Coppe (1989/90) e 1 Supercoppa Italiana (1991), tutto con la Sampdoria oltre ad una Coppa Uefa conquistata con l’Inter nel 1997/98. E’ stato inoltre vice Campione del Mondo ai Mondiali Usa 1994. Ma la scelta di approfondire la carriera di Pagliuca, giocatore, tifoso, allenatore bolognese, che ha il rossoblù nel cuore va ben oltre il campione che è stato in campo, come dice Marco Dall’Olio: “Io amo i settori giovanili e gli italiani. Non abbiamo nulla da invidiare a nessuno: abbiamo una lunga tradizione di portieri e Pagliuca, oltre che del Bologna, è stato uno dei più grandi portieri della storia del calcio italiano. E naturalmente è bolognese doc”.

GLI ESORDI – La dipartita dal Bologna, dove il giovane Pagliuca faceva parte delle giovanili, avviene con l’avvento della nuova presidenza: “Arrivarono Corioni e Governato e probabilmente fu detto loro che non avevo futuro. Così fui ceduto alla Sampdoria per 300 milioni di lire”. Era una Samp facoltosa quella degli anni ’80, gestita dai Mantovani. Dopo l’arrivo a Genova, Pagliuca inizia come secondo di Bistazzoni, sapendo cogliere l’occasione giusta: “Avevo la fortuna di aver davanti un portiere visto non troppo bene dalla società, Bistazzoni. Anni prima doveva venire Zenga, se così fosse stato probabilmente sarei andato in prestito. Ero quindi la riserva di Bistazzoni che mi aiutò molto. Quell’anno vincemmo la Coppa Italia e la giocai io, mentre lui faceva il campionato. In semifinale Boskov scelse di non farmi giocare, io ci rimasi male perché avevo sempre giocato sin dall’inizio e chiesi un colloquio con il mister: questi mi tranquillizzò dicendomi che mi avrebbe fatto giocare o il finale di campionato o la finale di Coppa. Poi in campionato Bistazzoni fece tre errori a Milano contro l’Inter pochi giorni prima della finale di Coppa Italia con il Torino e Boskov mi buttò dentro. Quindi giocai la finale e le ultime partite di campionato”.

Pagliuca ai tempi dell'Inter (ph. Shaun Botterill/Allsport)

Pagliuca ai tempi dell’Inter (ph. Shaun Botterill/Allsport)

LE VITTORIE CON LA SAMP – La Sampdoria rappresenta la parentesi più vincente della storia da calciatore di Pagliuca: “Il ciclo vincente si aprì con la Coppa Italia del 1988, ma ogni anno vincevamo un trofeo: furono anni belli e vincenti, eravamo giovani ed io il più giovane. Mantovani chiamò quel momento ‘Ciclo Pagliuca’, perché iniziammo a vincere quando arrivai io. C’erano però campioni già affermati come Vialli e Mancini che costituivano uno scheletro solido di quella Samp assieme ai vari Vierchowod, Mannini, Pari, Lombardo e Cerezo. Ogni anno la società sistemava la squadra migliorandola e mantenendo questi punti fermi, così facendo diventammo fortissimi. Il presidente Mantovani era un uomo di grande personalità, parlava poco ma quando lo faceva intimoriva tutti, minacciando di andarsene se contestato dai tifosi”. Pagliuca ricorda uno dei momenti decisivi dell’anno del tricolore: “Giocammo a San Siro contro l’Inter lo scontro diretto dopo un lungo testa a testa a quattro giornate dalla fine e vincemmo 2-0. Ci andò tutto bene perché io feci 10-15 parate, fra cui il rigore parato a Matthaus, mentre loro presero 2 traverse e a Klinsmann fu anche annullato un gol valido. Chi faceva la formazione? Boskov. Mancini e Vialli gli davano dei pareri, ma alla fine decideva sempre lui”.

L’INTER – Dopo quasi otto anni di Sampdoria, Pagliuca passa all’Inter. Inizialmente controvoglia: “Bianchi mi voleva all’Inter al posto di Zenga ma io stavo bene a Genova. Allora sparai una cifra folle per andarmene. In un primo momento rifiutarono poi a sorpresa accettarono e a quel punto non potevo dire di no: mi avrebbero coperto d’oro. Curioso il fatto che comprai casa a Bogliasco proprio quando me ne andai, lo stesso capitò a Milano quando dopo cinque stagioni firmai per il Bologna!”. Erano anni di derby fra campioni: “Milan ed Inter erano ricche di campioni, avevamo un bel rapporto con i rossoneri che peraltro erano la mia difesa in nazionale con Tassotti, Baresi, Costacurta e Maldini”. E Pagliuca acquistò la fama di pararigori: “Il portiere è più furbo dell’attaccante e si studia il tiratore, mentre gli attaccanti si fidano del loro fiuto. Io mi buttavo meglio a destra e la maggior parte dei rigori che ho parato è stata da quella parte, era il mio lato prediletto, anche ai Mondiali del ’94 e del ‘98”. Ma uno fra questi è stato un incubo per lui: “Batistuta. Speravo sempre che fosse indisposto quando dovevo giocarci contro: quanti gol mi ha fatto. Idem Signori, che fortunatamente è diventato mio compagno di squadra!” Con l’Inter di Simoni, Pagliuca vinse la Coppa Uefa e proprio l’allenatore avuto a Milano è fra i meglio ricordati dal portiere: “In ogni squadra in cui sono stato ho avuto almeno un grande allenatore, Boskov, Simoni e Mazzone: per loro mi sarei buttato nel fuoco. Davano importanza al rapporto umano ed era bello poterli ripagare in campo, perché erano persone genuine, che si rendevano conto di quanto m’impegnassi e dimostravano di volermi bene a loro volta”. Tornando poi sulla finale di Uefa con il trionfo sulla Lazio: “Due mesi prima giocammo in casa loro e perdemmo 3-0. Nel finale iniziarono a prenderci in giro in campo, ma noi non reagimmo. In finale Uefa le cose si rivoltarono ma loro la presero male, tanto che io mi avvicinai a Mancini per ricordagli cosa successe in campionato ma lui continuò a protestare”. È già un Pagliuca maturo, adulto quello che ha vinto con l’Inter che ha saputo regolarsi nella propria carriera: “Mi sono parecchio divertito, come molti compagni, ma sono stato intelligente a capire quando bisognava dire basta. Facevo le ore piccole, soprattutto a inizio settimana, ma se c’era da andare a letto alle 11 ci andavo”.

Pagliuca in maglia rossoblù, di cui è stato capitano (ph. telesanterno.com)

Pagliuca in maglia rossoblù, di cui è stato capitano (ph. telesanterno.com)

RITORNO A BOLOGNA – Dopo cinque anni Pagliuca non è più ben voluto all’Inter. Non da Moratti però: “Sarei potuto rimanere all’Inter. I tifosi mi volevano bene e con il presidente c’era un bel rapporto, però arrivò Lippi in panchina, allenatore con cui litigai l’anno prima dopo quel famoso Juventus-Inter con il rigore negato a Ronaldo. Lippi se la legò al dito e disse chiaramente che non voleva in squadra né me, né Bergomi, né Simeone, ma io appena seppi che arrivava lui immaginavo che sarei dovuto andarmene. Parlai con Moratti e dissi che volevo andare al Bologna, rifiutando altre squadre in Spagna e Inghilterra. Lui, che comunque aveva già preso Peruzzi, mi regalò il cartellino e si accollò gran parte del mio stipendio al punto che anche Gazzoni ringraziò perché a quel prezzo aveva preso un portiere che era ancora di livello. Posso dire di aver avuto non solo allenatori gentiluomini, ma anche presidenti: Mantovani, Moratti e Gazzoni”. Ma con gli allenatori a lui più cari, Pagliuca ha condiviso la retrocessione del 2005: “Non sapremo mai se Mazzone ebbe colpe specifiche, però bisogna dire che per molto tempo non riuscì ad allenarci perché prese un virus e non veniva al campo fermandosi nello spogliatoio. Ci allenava Scarafoni. Lo sentii settimane dopo la retrocessione, era provato per il dispiacere, irriconoscibile”.

LA NAZIONALE – Pagliuca ha giocato 39 partite in Nazionale ma è stato anche molto spesso vice di altri: “Feci il secondo a Zenga, Marchegiani, Tacconi, Peruzzi, per cui stetti nel giro per diverso tempo. Poi per due anni non fui convocato per scelta di Sacchi che mi disse di preferire Peruzzi perché io giocavo in una squadra, l’Inter, che giocava a uomo e non a zona. Se mi avesse detto semplicemente di preferire lui a me l’avrei capito di più. Ma Sacchi non era adatto alla Nazionale, era più da club: infatti i migliori selezionatori che ho avuto sono stati Vicini, che mi ha fatto esordire e Maldini”. Il ricordo di USA ’94 è ancora nitido: “In finale a Pasadena era caldo, ma mai quanto con l’Irlanda dove c’era percentuale d’umidità altissima, o contro la Norvegia dove c’era il sole a picco. A questo si alternava il freddo dell’aria condizionata che c’era negli spogliatoi. Ci andò tutto bene in quel mondiale, dal passare come migliore terza, al pareggio con la Nigeria al 90’, solo la finale non andò come sperato. Il bacio al palo? Per fortuna che tutti si ricordano di quello e non dell’errore che poteva costare la finale, meglio così!”.

Uscendo invece dai ricordi della carriera, Pagliuca spiega come la figura del preparatore sia distinta da tempo dal resto dello staff tecnico: “Il preparatore dei portieri esiste da circa fine anni ’70. Io ebbi Vavassori, Rado e Battara agli inizi. È stato giusto così, perché il portiere necessita di un altro tipo di allenamento rispetto agli altri, serve allenare l’esplosività non come fa Zeman che fa correre anche i portieri: alcuni di loro che l’hanno avuto mi hanno detto di aver passato annate da incubo. Di Vavassori ricordo che mi pesava sempre e un anno al Torneo di Vignola, siccome ero 2 kg in più, non mi fece giocare. Avevo 16 anni, giocavamo contro l’Inter e ci rimasi malissimo”.

Pagliuca immortalato durante una parata in Nazionale (ph. lagaleriadelfutbol.blogspot.com)

Pagliuca immortalato durante una parata in Nazionale (ph. lagaleriadelfutbol.blogspot.com)

Spostandosi verso l’attualità, Pagliuca ha dato un suo parere sulle attuali voci di mercato riguardo al futuro portiere del Bologna: “Provedel è un rischio, in A non ha mai giocato e ha alternato buone cose ad altre peggiori. Andrei sull’usato sicuro, oltre a confermare Da Costa, ho letto di Storari ma ha già 38 anni, andrei più su Mirante o su Gabriel del Carpi che sarebbe l’identikit giusto per il Bologna. Confermare la Coppola-Da Costa? Nando lo conosco bene e so che potrebbe fare la A come poi Da Costa”. Rifacendo un passo indietro invece, Pagliuca svela i suoi idoli di gioventù: “Veneravo Zoff mentre qui a Bologna stravedevo per Franco Mancini, Zinetti e Boschin. Ricordo che quando scartavano i guantoni me li regalavano, poi quando ci siamo ritrovati contro in serie A, scherzavamo su quei momenti guardando com’erano andate le cose”. Pagliuca non nasconde di avere un preferito fra i giovani in giro: “Sportiello non è male ed è più continuo di Bardi che però ha giocato l’Europeo. Ad ogni modo Gabriel mi piace moltissimo, ha fisico, padronanza e fame, Coppola lo conosce e me ne ha parlato benissimo vediamo come crescerà”.

Non poteva mancare un suo bilancio finale: “Ho giocato fino a quasi 41 anni in uno sport che ho sempre voluto fare e di cui andavo matto, di cui sapevo tutto. Quando giocando mi resi conto di avere qualcosa in più, oltre all’amore per quel che facevo e alla fame di arrivare ad affermarmi. Tutti questi fattori mi hanno aiutato molto nella mia carriera”. Dalle parole di Pagliuca si evince l’amore per le piazze in cui è stato, tanto che da nessuna di queste è andato via volentieri. Ha potuto giocare a Bologna grazie a Moratti verso cui nutre riconoscenza così come nei confronti di Mantovani e Gazzoni, come degli allenatori: Pagliuca ha dimostrato di apprezzare il lato umano, quello che oggi, purtroppo per il calcio, sta andando perdendosi sempre più.

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