Pavinato: “Lo scudetto, Bulgarelli, Dall’Ara…che ricordi”


Mirko Pavinato, difensore e capitano del Bologna dello scudetto del ‘64, si è raccontato al “Pallone Gonfiato Monday Night” dove ha ripercorso la sua storia calcistica

– di Massimo Righi –

Pavinato in rossoblù (ph wikipedia)

Pavinato in rossoblù (ph wikipedia)

Ieri sera, nel corso del Pallone Gonfiato Monday Night, andato in onda dalle ore 21 su Telecentro, il capitano dell’ultimo scudetto del Bologna Mirko Pavinato, è stato ospite di Alberto Bortolotti, che grazie all’idea ed ai filmati di Marco Dall’Olio, ideatore e promotore della puntata, ha rivisitato la carriera di una delle figure più rilevanti del Bologna anni ’50 e ’60. Un’altra grande storia di un uomo prima che calciatore, che ha vissuto un’epoca calcistica da tenere viva nella memoria, in tempi in cui c’era meno gossip e più genuinità, meno tattica e più umanità, ma soprattutto si respirava l’aria di uno sport che ormai è diventato un business.

Mirko Pavinato, è nato a Vicenza il 20 giugno 1934 e calcisticamente si è formato proprio nelle giovanili dei Laneorossi, con cui ha esordito in B nella stagione 1953/54. Dopo aver ottenuto la promozione in A con i Laneorossi, Pavinato venne ceduto al Bologna che lo acquistò nel 1956 e di cui divenne capitano nel 1959. Con i rossoblù giocherà 264 partite in 10 stagioni, diventando un pilastro difensivo di grande spessore e conquistando lo storico scudetto del 1964, nello spareggio con l’Inter, oltre ad una Mitropa Cup nel 1961. Concluse poi la carriera nelle file del Mantova nel biennio 1966-68, ritirandosi dal calcio all’età di 34 anni. Mirko Pavinato, avendo giocato per 10 stagioni consecutive sotto le Due Torri su 15 totali di carriera, si è legato particolarmente alla città ed al Bologna stesso: “Bologna è una città meravigliosa, pur non essendo molto grande era sempre piena di gente e a misura d’uomo. Mi sono trovato molto bene venendo da una realtà diversa come Vicenza, anche se il primo anno non disputai un buon campionato”.

VICENZAI filmati forniti da Marco Dall’Olio, mettono in mostra Pavinato nel periodo vicentino, dove nella gara persa contro il Bologna per 3-2 a Vicenza, va in rete un giovanissimo Ezio Pascutti, che esordì segnando subito. Insieme all’attaccante, Pavinato sarà uno dei primi due pilastri di quel Bologna che poi vincerà il campionato nel 1964: “Chi ricordo di quei tempi? Nel Vicenza, a livello giovanile, c’erano giocatori che apprezzavo molto e che col tempo si sono affermati come Campana, Menti, Vicini, Luison, allenati da un allenatore come Umberto Menti e poi da Scopigno. Io speravo di poter giocare qualche partita in B, era la mia ambizione. Ma in quel Vicenza c’erano giocatori di livello come il portiere Sentimenti IV che era sempre molto attento e guidava la difesa o come lo stesso Campana, che poi giocò anche a Bologna, prima di diventare avvocato” e fondare l’Associazione Italiana Calciatori nel 1968. Pavinato, pur essendo un destro naturale, giocò a sinistra ed è lui stesso a spiegare il perché: “Nelle giovanili del Vicenza c’era Guglielmo Burelli, che poi ha giocato anche nel Bologna, il quale non voleva giocare a sinistra. Allora fui messo io da quella parte ma io a differenza sua, mi trovai bene e giocai sempre da quella parte”. Il ricordo di Pavinato va poi ai giocatori più insidiosi e difficili da marcare durante la sua carriera: “Alla mia epoca c’erano ali velocissime, che giocavano diversamente da come fanno adesso. Ricordo in particolar modo Salvi del Brescia che mi faceva ammattire, così come Frignani, Mora ma anche Ghiggia”.

La squadra del settimo scudetto, Pavinato è il primo accosciato da destra (ph storiaememoriadibologna.it)

La squadra del settimo scudetto, Pavinato è il primo accosciato da destra (ph storiaememoriadibologna.it)

BOLOGNA – Ceduto al Bologna, Pavinato arrivò nel 1956 e attorno a lui negli anni, si iniziò a costituire quella squadra che 8 anni dopo vincerà il campionato. Assieme a lui, di quella squadra che sarà tricolore, c’erano anche il già citato Pascutti e Capra: “Capra forse era il migliore di tutti noi terzini tecnicamente, ma non bastava solo quello purtroppo. Ad ogni modo devo dire che io apprezzai molto il lavoro coi giovani di Allasio in quel contesto, poi arrivò Bernardini e andò come sappiamo. Ma ricordo anche Sarosi che era un signore, sempre pacato e rispettoso”. In quegli anni però, Pavinato intensifica i rapporti con tutti i compagni di squadra, ma con uno in particolare: “Andavo d’accordo con tutti, ma il mio amico era Janich, l’armèri (l’armadio in dialetto n.d.r.). Quando Pavinato arrivò nel 1956, il capitano del Bologna era Pilmark: “Lui giocava a sinistra davanti a me e ricordo che era molto bravo, aveva esperienza e mi aiutava molto. Paradossalmente la mia fortuna nel Bologna, fu che davanti a me non c’erano giocatori capaci di conquistare la palla: erano bravi tecnicamente ma non erano in tanti a tornare ed io ero spesso solo a dovermela sbrigare”. Nel 1959 invece, la fascia di capitano passò proprio a lui, anche se tutti pensavano che venisse insignito Pascutti: “Dopo Cervellati doveva essere Pascutti il nuovo capitano, però lui in campo cambiava completamente dal bravo ragazzo che era fuori al di fuori e per questo venni scelto io”. Fra i ricordi del periodo bolognese, Pavinato ha parlato anche della meteora argentina René Seghini, acquistato da Dall’Ara per i suoi ottimi trascorsi sudamericani, ma che a Bologna non lasciò il segno, ritornando in patria dopo breve tempo, totalizzando solo 3 presenze: “Lo vedemmo giocare talmente poco da non poterlo giudicare. Abitava con me in via Amendola in un palazzo del presidente, sapevamo che la moglie non si trovava bene ma lui stesso non riuscì ad ambientarsi e andò via prima di finire il campionato”.

DOPING – L’anno del settimo scudetto del Bologna fu una stagione travagliata. Nonostante il caso doping, che coinvolse 5 tesserati del Bologna fra cui proprio Pavinato, e la morte del presidente Dall’Ara, i fatti non minarono il cammino del Bologna verso il tricolore: “Devo ringraziare sempre i carabinieri, i giornalisti e gli avvocati, che lavorarono per scagionarci da quella faccenda. Hanno giocato un ruolo fondamentale: dopo la vittoria dello spareggio andai a stringere la mano ad Aldo Bardelli di Stadio per quello che aveva fatto per noi, difendendoci sul giornale. Ricordo che quando scoppiò questo scandalo era un mercoledì: mi ritrovai davanti al portone molta gente che venne a suonare, ma io non sapevo nulla, rimasi sorpreso – e qui Pavinato svela un retroscena ineditoDovete sapere che nella partita col Torino (quella incriminata per presunto doping n.d.r.), io scesi in campo con la febbre. A fine partita, mi era salita ancora e mentre ne sarei potuto andare a casa, scelsi di andare lo stesso a fare il controllo antidoping all’Hotel Jolly, visto che non distava molto da casa mia”, il ché dimostra la sua totale buonafede sulla vicenda.

I cinque "colpevoli" della vicenda doping. Pavinato è il secondo da sinistra (ph storiedicalcio.altervista.org)

I cinque “colpevoli” della vicenda doping. Pavinato è il secondo da sinistra (ph storiedicalcio.altervista.org)

LO SCUDETTO – Le vicissitudini vennero spazzate via dalla forza di una squadra più forte di tutto e di tutti, che a giugno si aggiudicò lo spareggio con l’Inter all’Olimpico di Roma: “Sulla punizione del primo gol – racconta Pavinato, svelando un altro prezioso aneddoto – c’eravamo sia io che Romano (Fogli n.d.r.), che non eravamo abituati a tirare in porta su calcio di punizione, ma alla fine lui tirò e fece gol. Noi, a differenza dell’Inter che probabilmente aveva un po’ sottovalutato la partita e veniva dal trionfo in Coppa dei Campioni con il Real Madrid, eravamo tranquilli. I dirigenti ci dicevano di non pensare alla morte del presidente e di stare sereni, perché anche se avessimo perso sarebbe stato contro l’Inter che era una squadra fortissima. Inoltre, loro venivano dal fresco della montagna, mentre noi eravamo a Roma da qualche giorno e ci eravamo abituati al caldo. La partita peraltro, non fu un granché”. Sta di fatto che, come ha ricordato Alberto Bortolotti, quella partita non è ancora stata digerita dagli interisti, come hanno ammesso sia Burgnich, sia Corso. Fautore e condottiero di quello scudetto fu Fulvio Bernardini, allenatore di successo che formò ed assemblò una squadra vincente con senno e criterio, da uomo che sapeva di calcio nei concetti e sapeva far esprimere al meglio i giocatori che aveva: “E dire – ricorda Pavinato – che giocammo meglio la stagione prima dello scudetto”. Proprio Bernardini aveva pregi e difetti che Pavinato ha rimarcato: “Uno dei suoi meriti, era quello di volere che il gruppo andasse d’accordo. Ognuno aveva il suo giro, ma durante la settimana e in ritiro ci dava serenità, giocava a carte con noi e faceva in modo che ci fosse un bel clima. Peccato che dopo aver vinto lo scudetto a Roma, non ci permise di tornare a casa a festeggiare: questa è una delle cose che mi permetto di rimproverargli. Il suo segreto tattico?Nessuno. La squadra era quella e noi giocavamo così come eravamo, qualunque squadra dovessimo affrontare. Eravamo impostati in un certo modo e non c’erano accorgimenti. Certo, noi avevamo un gran centrocampo con Fogli, Bulgarelli ed Haller. E non era vero che c’erano problemi fra Nielsen ed Haller, semmai tra le mogli, ma non fra di loro”. E anche gli ingaggi di allora erano ben diversi da quelli attuali: “Io non prendevo molto, sui 5-6 milioni di lire, così come Bulgarelli e Pascutti. Erano altri quelli che guadagnavano di più, come Nielsen, Janich e Perani. Le anticamere dal presidente per il rinnovo? Si, le ho fatte anch’io. Si stava ad aspettarlo delle ore, credendo avesse qualcuno nell’ufficio mentre invece giocava a carte con la segretaria, la signorina Sega. Se gli chiedevi due soldi in più, ti diceva di tornare la mattina dopo per prendere due maglie in fabbrica”, decisamente altri tempi.

MANTOVA – Pavinato lasciò Bologna nel 1966 per Mantova, dove rimase due stagioni prima di ritirarsi: “A Mantova trovai un ambiente meraviglioso, sono stato benissimo. Giocai due campionati, poi però dissi basta a 34 anni e tornai a vivere a Bologna. In quella squadra c’erano Giagnoni libero, Zoff in porta, Tomeazzi e ci allenava Cadé. Lo stesso Cadé che 20 anni dopo, quando guidava il Bologna era in C, mi ha mandato per un anno ad osservare l’avversario della partita successiva, senza mai pagarmi i rimborsi”. Il capitano dello scudetto che, 20 anni dopo, ha dato una mano alla squadra caduta in C senza ricevere una lira. Storie che oggi non si sentono spesso.

BULGARELLI – A due giorni dall’anniversario della scomparsa di Giacomo Bulgarelli, c’è spazio per un ricordo dell’amico e compagno, scomparso nel 2009: “Io e lui ci trovavamo spesso, capitava che lo andassi a trovare in centro ed era sempre attorniato di gente, conosceva tutti. Quando stava già male e sapevo che ormai era alla fine, lo andai a trovare in ospedale e allora mi disse ‘Capitano, forse è l’ultima volta che ti vedo’.

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