Quando gli All Star Game di basket erano una roba seria


Racconto semiserio dei cesti che furono…oscarok

Le bastonate che sono piovute sulla noce del “capocollo” (cit.Banfi) della Lega Basket relativamente al famigerato All Star Game di Ancona mi hanno fatto tornare alla memoria tempi antichi. Quelli in cui io mi occupavo di relazioni esterne per So.Ba.Sa. (il consorzio delle aderenti alla Serie A, allora erano 32, 16 in A1 e 16 in A2) e Probasket srl, la “strumentale” di Lega per gli eventi, Final Four – allora – e, appunto, ASG.

Ci arrivai, al 18esimo piano di Viale Aldo Moro, passando per una breve ma succosa esperienza al Guerin Sportivo: occupate tutte le caselle calciofile da una redazione ultranumerosa (ma il settimanale – ora è mensile – era ancora un glorioso punto di riferimento polisportivo) e gelosissima delle proprie competenze (tutti ai tavoli e quasi nessuno in giro a raccogliere notizie, forse il Conte Rognoni faceva diversamente…), il direttore Grassia – oggi uomo moviola a Radio Rai – mi “dirottò”, me consenziente, agli innocui basket e baseball, che nessuno voleva seguire. Io ci guadagnai una trasferta in Florida, pagata da Calzeverdi e Fortitudo, per un ambizioso “spring training” di batti e corri (ma non persi l’occasione di vedere il combattimento dei coccodrilli degli indiani Miccosukee, le Keys e il ritorno in campo, alla Miami Arena, di Larry Bird) e un posto di lavoro in Lega Basket, ben pagato, complice la poltrona di p.r. che si liberò ed era da riempire. Mi vollero là Porelli, che già conoscevo bene e Crovetti, che conobbi meglio, salvo regolarmente avere motivi di discussioni con entrambi – per ragioni diversissime – dopo poco tempo. Il lavoro non era esattamente quello presentatomi o forse mi ero fatto un’idea sbagliata: in ogni caso al massimo la Lega aveva bisogno di un raccoglisoldi (e io imparai il mestiere di rapportarmi alle aziende, in questo quegli anni furono utilissimi), in certi ambienti l’ufficio stampa è il presidente, l’ad o il dg in persona, mica il giornalista che occupa quella casella.

L’unico compito “giornalistico” era dirimere i match tra la placida Rai (Franco Lauro, un amico, con Gianni Decleva come inviato) e l’arrembante Tele+ (Sky ancora nei sogni di Murdoch, il vate era Luca Corsolini, bravo – anche come playmaker! – e consapevole di esserlo), ma soprattutto quello tra Superbasket (il “perfido” Enrico Campana, cacciatore di notizie) e I Giganti del Basket (Dario Colombo, prestigiosa famiglia del Guerino) – oh, defunti entrambi, i giornali -, e mi specializzai in dribbling tra notizie e “dritte”.  A proposito: la Gazzetta aveva una corsia preferenziale, e in fondo è pure giusto, al di là del fatto che Luca Chiabotti, il capo dei cestofili, è un ottimo collega e una persona perbene (e non lo dico di tutti…). Però commisi l’errore di “regalare” platealmente e maldestramente un assist, in termini di notizia, al Corriere dello Sport e ciò mi costò il posto. Pazienza, vi dirò: al Pireo, durante la Final Four di Eurolega del ’93, Benetton seconda (sconfitta dai “ceramisti” del Limoges, una delle partite più brutte della storia), mi venne la balzana idea di andare una sera a cena con Tuttosport e Corsera (mica l’Eco della Val Trompia…). Immediate rimostranze di Carlino, Giorno e Giornale, facenti parte di un altro partito (sì, sembravano comunisti e Dc nel ’48, sul serio). Raccontata adesso, fa ridere, allora era tutto vissuto con grande sussiego e serietà, con immediata consultazione dei “saggi” tra i proprietari (gli Allievi di Cantù, Bulgheroni a Varese, il reggino giudice Viola, Scavolini a Pesaro, insomma il “cerchio magico” porelliano). Quando spiego che la pallacanestro è un bellissimo sport ma anche un’autentica gabbia di matti, totalmente auto-referenziale e imbottita di presuntuosoni, non mi credono. Eppure…

Della Lega Basket mi colpì l’opulenza, sede faraonica – ma raggelante, quelle torri al Fiera District sono un incitamento all’alterazione dell’equilibrio psicologico, accidenti a Kenzo Tange e ai giapponesi – con vista colli, biscotti Bahlzen nella credenza, discesa al Plaza quando andavo a Roma. Se avessi presentato la ricevuta “l’uomo non è di legno” per una trasferta con dopocena, mi avrebbero pagato il rimborso senza batter ciglio. 10 miliardi dalla RAI e 1 da Telemontecarlo, i club li avrebbero sperperati tutti in ingaggi e robe superflue, Porelli, che vedeva lontano, li obbligava a capitalizzare: e dire che non è certo stato uno che non si è divertito…

Bene, l’All Star Game, si diceva. Per dire, nel ’93 noi al PalaEur (non ad Ancona, con tutto il rispetto per l’ottimo brodetto che si mangia…) facemmo il pieno – 15.000 spettatori paganti, lo staff una settimana a Roma senza badare a spese. Del resto rimborsammo viaggi a giornalisti che avevamo pregato di venire a mangiare caviale e salmone del presidente per ragionevoli motivazioni di p.r.- e il titolo di MVP lo vinse Sugar Richardson, che lo aveva giocato là e ci teneva moltissimo (tanto da parlarmi sempre durante la partita, voleva quel trofeo. Io non contai neanche le schede, proclamai lui e basta – poi le bruciai per sicurezza a fine evento – era un bimbo a cui era stato ridato il pallone, ci vuol poco a far felice una persona e io non me la sentii di far la parte dell’oscuro burocrate che si aggrappa alle formalità. Poi aveva giocato nella Virtus, mica un fortitudino o un pesarese, ecchecavolo!). La gara da 3 la vinse Oscar, uno che a tirare, anche bendato, era un fenomeno. Mondiale, non di cortile.

Nei miei anni le gare di All Star erano “europee”, appena nata l’ULEB – ennesimo parto porelliano – si giocava Italia vs Spagna, in un clima di grande internazionalità. E foriero di sviluppo, soprattutto. Infatti nel ’94, io ero uscito, si aggiunse la Francia.

Mi è sicuramente rimasto un rimpianto, quello di andare a fare un’esperienza del genere non ora, ma una decina di anni fa, a maturazione professionale avvenuta. Allora c’erano i soldi, una guida forte (Porelli) ma un’organizzazione – quanto ai rapporti con la stampa – abbastanza approssimativa. Oggi, cioè ieri, più di ieri l’altro, potrei alzare la voce a ragion veduta, allora vedevo castronerie e pensavo: “Boh, in questo settore si farà così”. Invece no, la tipologia di lavoro è sempre quella.

Alberto Bortolotti

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