Quando Di Stefano affrontò il Bologna


Avrete letto, e ascoltato, in questi giorni molti ritratti, più o meno riusciti, di quel fuoriclasse epocale che è stato Alfredo Di Stefano, detto la freccia bionda dagli anni giovanili del River, quando il suo ciuffo paglierino guizzava imprendibile, irridendo i difensori più truci…

 di Adalberto Bortolotti                                                                                                                  

Alfredo Di Stefano

Alfredo Di Stefano

Vorrei aggiungerci un ricordo molto personale, che chiama in causa anche un altro grande argentino che lo ha preceduto nei pascoli del cielo riservati ai campioni, Luis Carniglia, e che riguarda un Bologna lontano anni luce da quello spento di oggi.

Dunque è il 1966 e don Luis Carniglia è da poco arrivato alla guida della squadra rossoblù, sostituendo Manlio Scopigno cui era risultata troppo pesante l’eredità di Fulvio Bernardini. Un Bologna ancora fresco di scudetto e molto in auge presso il CT Edmondo Fabbri fornisce un contributo sostanzioso alla Nazionale, avviata a quei Mondiali infausti poi finiti in Corea. Appunto in una sosta del campionato per impegni azzurri, il Bologna è invitato a un prestigiosa amichevole a Barcellona e io seguo per conto di Stadio quella trasferta affascinante e rischiosa. Perché quasi tutti i titolari italiani stanno servendo la patria calcistica e così restano i due stranieri, Haller e Nielsen, qualche riserva collaudata più un nugolo di ragazzini prelevati dalle Giovanili. A Barcellona sta appunto spendendo gli ultimi spiccioli della sua favolosa carriera Alfredo Di Stefano, liquidato per anzianità dal suo Real e ingaggiato dalla seconda squadra catalana, l’Espanyol. Alfredo è il mio idolo, coltivato nei racconti del collega Turrini, ma è molto restìo a farsi avvicinare. Però lo lega un rapporto affettuoso a Carniglia, che è stato suo compagno d’avventure in Argentina e suo tecnico al Real Madrid. Così chiedo a Luis di procurarmi cinque minuti col fenomeno e Carniglia dice: nessun problema, viene a trovarmi in albergo dopo la partita, tu ti aggreghi e ci parli quanto vuoi.

La partita è poco meno che un massacro, perché quel Bologna ridotto ai minimi termini non può competere con una grande d’Europa, in uno stadio stracolmo. Però succede che Helmut Haller, sempre sensibile agli appuntamenti di cartello, gioca in pratica uno contro undici e infila la più bella prestazione della sua carriera (lo giuro, e Helmut è sempre stato d’accordo con me). Lo stadio gli riserva un’ovazione ad personam, che lascia i brividi.

Alfredo Di Stefano durante un brindisi

Alfredo Di Stefano durante un brindisi

La sera, Di Stefano è al nostro tavolo. Mi guarda e dice: “Voi italiani siete un po’ difficili da capire, andate matti per Luis Suarez (allora gran regista dell’Inter di Herrera) e non vi accorgete che quel tedesco biondo che ho visto giocare oggi vale tre volte il miglior Suarez “. Timidamente ribatto: “Suarez è un uomo squadra”. Alfredo mi fulmina con lo sguardo: “Sì, l’architetto. Quanti gol segna? Io ero un uomo squadra e facevo quaranta gol all’anno”. La chiacchierata va avanti così e io ci rimedio un’intervista che mi frutta il Premio Ussi. Titolo: “Haller vale tre volte Suarez. Parola di Alfredo Di Stefano”.

Postilla finale. Enzo Bearzot che ebbe la fortuna (?) di giocarci contro ha sempre sostenuto che Di Stefano, non Pelé o Maradona o Cruijff sia stato il miglior calciatore di tutti i tempi. Nel mio piccolo concordo, ha inventato il calcio totale vent’anni prima degli olandesi e non a tavolino, ma sul campo. E vorrei onorarlo con la miglior battuta di un altro fuoriclasse scomparso, Nils Liedholm. Dunque il Milan gioca contro il Real in amichevole e Gipo Viani non sa come limitare Di Stefano. L’ideale sarebbe Liedholm ma chi convince lo svedese a sacrificarsi in marcatura? Alla fine ci riesce, pungolandone l’orgoglio. Di Stefano, con Liddas alle calcagne, fa tre gol. Liedholm esce dagli spogliatoi e fa: “Bene, no?”. Insomma, bofonchia Gipo, tre pere… E Liedholm: “Sì, ma ha fatto solo quello”.

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