Da Rocco a Conte, passando dal catenaccio alla zona.
Il caso-Ibson


Intervista ad Adalberto Bortolotti, uno dei decani più illustri del giornalismo sportivo italiano

di Piero Giannico

La Juventus di Trapattoni e Platini

La Juventus di Trapattoni e Platini

Il calcio di Nereo Rocco badava più alla sostanza che alla forma. Il suo Milan era fortissimo, vinceva e giocava anche bene. Erano gli anni ‘60-‘70, quelli del rinnovamento anche politico, quelli che anticiparono il primo boom economico. Nelle case degli italiani, quelli fortunati, c’erano i televisori – trasmettevano ancora in bianco e nero –  o di certo c’era una radiolina per seguire le partite di un calcio meno malato e più agonistico, meno commerciale e più legato alla maglia.

La parola più ricorrente era ‘catenaccio’ (lo portò proprio Rocco in Italia ndr), un suono, che poi assomigliava più ad una parolaccia che ad un modulo di gioco, ma che al calcio difensivistico ha permesso all’Italia del pallone di vincere in tutto il mondo. Dei pregi e difetti del soccer di casa nostra ne abbiamo parlato con Adalberto Bortolotti, uno dei decani più illustri del giornalismo sportivo italiano. “L’allenatore italiano più vicino a Rocco è stato Trapattoni. Faccio fatica a trovarne qualcuno con il carisma e la sua ironia. I tecnici di oggi sono cambiati, meno ruspanti, più prudenti. Intorno a Rocco e al suo presunto difensivismo ci sono molte leggende. Rocco giocava con molti più attaccanti di quelli che usava, ad esempio, Sacchi. Ha vinto la finale di Coppa Campioni contro l’Ajax giocando con una prima linea composta da Hamrin, Lodetti, Sormani, Rivera e Prati. Tre punte e due centrocampisti a trazione anteriore. Oggi Rivera verrebbe considerato più un trequartista. Si giocava con libero fisso, marcature a uomo e la fase offensiva del gioco coinvolgeva più uomini che nel calcio moderno”. E aggiunge: “Ho ritrovato questo tipo di gioco con il Trap, perché ha goduto degli stessi pregiudizi, schierando nella Juventus, Platini, Boniek, Bettega e Rossi, mentre Sacchi che giocava con l’ex mediano Massaro era considerato offensivista”. Parlare di calcio con Adalberto Bortolotti è come sfogliare la Treccani e scoprire la ‘punteggiatura’ nel mondo del pallone. “Rocco aveva umanità e simpatia innate. Non a caso ai mondiali di Messico ’70 quando esplose il caso-Rivera, il presidente federale Franchi chiamò Rocco che prese il primo aereo e raggiunse il ritiro della nazionale per ricompattare la situazione. Il tutto con una battuta. Oggi manca un tipo di allenatore alla Bernardini, alla Pesaola, alla Herrera che erano personaggi non usciti con lo stampino dai corsi federali di Coverciano. C’è Antonio Conte, bravissimo sia chiaro, ma molto esagitato”. In giro però abbiamo tecnici italiani vincenti che hanno esportato il made in Italy nel mondo. “Capello, Ancelotti, Spalletti, Mancini sono la nostra migliore espressione in Europa, ma il nostro movimento calcistico non è altezza. Quando interviene il fattore economico, i migliori allenatori non trovano nei club italiani  la  competitività. La profonda crisi nel nostro calcio mostra lacune anche nell’organizzazione, negli impianti obsoleti e poi il sistema deve fare i conti con il tifo violento”.

Ibson (foto bolognafc.it)

Ibson (foto bolognafc.it)

GIOVANI Il vivaio va valorizzato. Lo ribadisce a gran voce Bortolotti. “Immobile, Verratti, Insigne sono tre giocatori lanciati da Zeman, un pazzo anticonvenzionale, incosciente, che non cerca il risultato. Sia chiaro non colpevolizzo gli allenatori che vanno sul sicuro schierando veterani, ma lo straniero va in campo se ha un tasso tecnico migliore. Guardo giocare Ibson nel Bologna. Considero i titoli sui giornali che ha avuto quando è stato preso da Guaraldi e lo paragono alla sua reale incidenza che ha nel match. Ballardini che è il suo allenatore ha dichiarato che il giocatore ha 10 minuti nelle gambe. Penso poi che se avessimo inserito un giovane della Primavera, bravo e di prospettiva, non avrebbe avuto visibilità dai media. Sono i paradossi del calcio”. E attacca: “Gran parte delle nostre società professionistiche sono incapaci di programmare e sono schiave del risultato. Non abbiamo grandi dirigenti. I presidenti di una volta assumono sembianze mitiche, perché oggi i loro successori non riescono a programmare e a fare squadre futuribili. Poi scopri che gente come Rossi, torna in Italia da fuoriclasse e lo devi pagare a peso d’oro. Nel calcio c’è immobilismo e incapacità  di rischiare”. Bortolotti conclude: “Si parla tanto della ‘cantera’ del Barcellona e il vivaio del Real Madrid, ma non dimentichiamoci che quasi 30 anni fa il Milan di Sacchi schierava metà squadra titolare con giocatori cresciuti nel settore giovanile come Baresi, Costacurta, Evani, Galli. Proviamo a dare fiducia ai nostri Primavera come ha fatto Pozzo con Scuffet e magari anche il nostro Bologna potrà tornare a dare nuovi campioni al calcio italiano evitando che gente come Albertazzi venga scaricata velocemente e vada a rinforzare concorrenti in serie A come il Verona di quest’anno”.

 

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