Ruggero Radice: “A Torino m’innamorai del calcio. A Bologna c’era feeling con la città”


Nella sesta puntata di “In campo col Campione” Ruggero Radice, figlio di Gigi, è stato ospite di Marco Dall’Olio e Alberto Bortolotti. Il suo contributo, assieme a quelli di Lodetti, Ferretti, Colomba e Pecci, hanno permesso di repercorrere la carriera del padre

– di Massimo Righi –

Ruggero Radice, allena le giovanili del Siena (ph. isportmap.it)

Ruggero Radice, allena le giovanili del Siena (ph. isportmap.it)

Nel corso del Pallone Gonfiato Monday Night, andato in onda ieri sera dalle ore 21 su Telecentro per la serie “In campo col Campione”Ruggero Radice è stato ospite di Alberto Bortolotti, che grazie all’idea ed ai filmati di Marco Dall’Olio, ideatore e promotore della puntata, ha ripercorso la carriera del padre Luigi Radice, allenatore fra le altre di Milan e Bologna. È la prima volta in sei puntate che non ha parlato direttamente in prima persona il protagonista della puntata, ma Ruggero Radice è riuscito a trasmettere con pacatezza e sentimento la passione del papà oltre che a mostrare un certo trasporto emotivo nel vedere i filmati di Gigi e nel riascoltare le sue parole. In un mondo del calcio ormai avvelenato dal potere dei soldi, riscopriamo insieme al prezioso lavoro di Marco Dall’Olio un calcio più vero, fatto di storie, cuore e sentimento. Ma perché oggi parliamo di Radice? “Vorrei far capire che Gigi non è un sergente di ferro come spesso viene dipinto – spiega Dall’Olio – bensì un padre e un fratello ligio al dovere, come afferma chi l’ha avuto. Fare quel mestiere è un privilegio, lui lo sa, e per fare bene bisogna rispettare le regole”.

Ruggero Radice è attualmente allenatore delle giovanili del Siena ed ha militato a lungo nel calcio professionistico fra serie B e Lega Pro, conquistando anche una promozione in A con il Siena nel 2003. Suo Padre Luigi, ‘Gigi’, ha giocato nel Milan in due diversi momenti fra gli anni ’50 e ’60, con due parentesi nella Triestina e nel Padova, vincendo 3 campionati italiani, una Coppa Campioni con i rossoneri da giocatore e 1 altro titolo nazionale con il Torino da allenatore. Ed è proprio dai tempi in granata che Ruggero conserva i primi ricordi di papà Gigi in panchina: “Ricordo quando mi portava al Filadelfia: mentre la squadra si allenava io mi mettevo a giocare col mio pallone in un angolo del campo e respiravo l’aria dello spogliatoio. Era il 1975 e fu proprio in quei cinque anni che passammo a Torino che nacque la mia passione per il calcio”. A Ruggero, fa eco subito Marco Dall’Olio: “Gigi riportò il Torino a una dimensione più elevata nel calcio. Lo incontrai nella sede della società, mi offrì un caffè e mi portò a vedere l’allenamento del Torino al Filadelfia”.

Giovanni Lodetti ai tempi del Milan (ph. storiedicalcio.altervista.org)

Giovanni Lodetti ai tempi del Milan (ph. storiedicalcio.altervista.org)

A portare la prima testimonianza personale su Gigi Radice, è Giovanni Lodetti, suo compagno nel Milan degli anni ’60, intervenuto telefonicamente durante la trasmissione: “A Luigi devo moltissimo, è come un fratello ed è un personaggio straordinario. Quando mi sono affacciato alla prima squadra mi disse ‘Tu sei giovane, mi raccomando, devi fare quello che ti chiedono e cercare di farlo bene. Comportati in un certo modo e vedrai che farai carriera’. Io Gigi lo vidi giocare da mediano e poi da difensore. Aveva un mancino importante, metteva il pallone dove voleva e sapeva marcare l’avversario: insomma, era completo. La mia corsa aiutava Rivera? Io giocavo in quel modo e lui tecnicamente era quel che sappiamo, quel che ne è uscito è venuto tutto in maniera normale. Perciò non è vero che correvo per lui, io correvo per me stesso! E poi lui si arrabbiava con chi diceva così, diciamo che ognuno faceva il proprio lavoro in maniera perfetta e il risultato si vedeva. Era un fuoriclasse, ciononostante si metteva a completa disposizione della squadra”. Dopodiché ancora Ruggero ha ricordato il periodo in cui Gigi allenò il Bologna per la prima volta nel campionato 1980/81: “Fu un anno straordinario, ci trovavamo bene in città, l’impatto fu subito positivo, c’era feeling con l’ambiente e ci fu un rapporto importante. Io ero piccolo ma ricordo che fu una stagione notevole per molti aspetti vista la penalità cui dovette far fronte quel Bologna. Poi a fine stagione papà andò al Milan, perché coronava il sogno di allenare la squadra che amava”. Sulla carriera del figlio Ruggero, papà Gigi non ha interferito comportandosi con discrezione: “E’ stato sempre molto bravo e discreto come da carattere. Quand’ho iniziato a fare il professionista lui allenava ancora e quasi mai è venuto a vedermi. Cercò di assecondarmi senza intervenire, lasciandomi spazio. Mi dispiace anzi si dica che io me ne andai a giocare ad Avellino dopo cinque anni al Monza proprio perché stava arrivando lui, non è così anche se qualcuno lo disse”.

Gianni Marchesini ricorda poi come Radice mostrava già da giocatore forti segnali che riconducevano a un suo possibile futuro da allenatore, come diventò, innovando il calcio italiano come altri e molto prima di Sacchi. Il suo Torino giocava infatti a un calcio che somigliava molto a quello olandese. Ruggero Radice ha poi continuato: “Non ho visto molti filmati di calcio con mio padre, più che altro ne parlavamo. Vivevamo con semplicità il suo mestiere, tutto quello che lui ha fatto lo abbiamo capito dopo. Ora siamo più consapevoli di quel che ha fatto, andando a rivedere certe cose, studiando un po’ di calcio, mi rendo conto meglio del suo lavoro. Se aveva qualche giocatore che apprezzava particolarmente? In realtà no. Però ha avuto buoni rapporti con molti dei suoi giocatori e con alcuni è diventato amico, come Comi, che è stato tanti anni con papà e che con lui è passato da attaccante a difensore. Ma sono tanti i giocatori rimasti legati a lui. Un domani spero anch’io di instaurare lo stesso tipo di rapporto con chi alleno”. A tal proposito, ora Ruggero lavora con i giovani nel Siena: “Quand’ho smesso di giocare mi sono dedicato alla formazione dei ragazzi nel Siena Calcio. Ho fatto il responsabile delle attività di base per 5 anni e quest’anno sono rientrato nel settore giovanile. Perché Siena? Ho giocato nel Siena per 3 anni e mia moglie è senese”.

Gigi Radice in panchina (ph. anni70.net)

Gigi Radice in panchina (ph. anni70.net)

A portare un’altra preziosa testimonianza su Gigi Radice, è intervenuto anche Amilcare Ferretti, suo vice: “Lo conoscevo già prima di lavorarci assieme perché eravamo assieme nella Nazionale Militare nel 1957, poi ci siamo ritrovati a Torino dove mi dividevo fra la Primavera e la prima squadra. Il peggior difetto? È un tedesco, un testone. Discutevamo tanto, poi a un certo punto me ne andavo per i fatti miei: poi finiva come se niente fosse, ma in certi momenti era un treno, non lo fermava nessuno. Però era una persona seria e professionale: teneva molto ai tifosi e diceva sempre che quando scendevamo in campo, dovevamo onorarli e rispettarli. Ho fatto sei anni assieme a Gigi e ho appena finito di scrivere un libro sul Torino. Noi intendevamo il calcio in un certo modo, volevamo che la nostra squadra ragionasse molto, doveva essere aggressiva in certi momenti. Gigi conosceva bene il materiale che aveva a disposizione tanto che aveva anche abolito i ritiri, era già molto avanti. Invece ricordo che a Casteldebole andavamo a pranzo assieme con i giornalisti al mercoledì e parlavamo di calcio”. Ferretti fece anche esordire Roberto Mancini nel Torneo di Capodanno: “Gigi era in Uruguay per il Mundialito e ricordo che intanto io guardavo le partite e gli allenamenti dei ragazzi. Lo presi per farlo giocare con la prima squadra e lo feci esordire nel secondo tempo”.

Non poteva mancare il tributo di Franco Colomba, ex rossoblù e allievo di Radice: “Gigi era un condottiero, ha preso in mano una squadra che doveva dimostrare di essere tale e ci trascinò. Fu una grande soddisfazione. Partivamo da un -5 e noi eravamo giocatori normali, Radice ci trasformò facendoci diventare ragazzi che potevano ambire a qualcosa d’importante, siamo migliorati tanto grazie a lui e questo è successo perché il manico era buono: oltre all’aspetto motivazionale, aveva proposto un gioco che riuscimmo a mettere sul campo. Diciamo che siamo stati un piccolo Torino. Gigi è stato, come ho sempre detto, il miglior allenatore che ho avuto, poi vengono Vinicio e Pesaola. Il Petisso, lanciò me ed altri giovani anche se non giocai granché perché la squadra doveva salvarsi e non era facile mettere in campo tanti giovani. Con Radice a Bologna non vincemmo lo scudetto come capitò a Torino con Pecci, ma siamo diventati uomini dopo degli anni bui per il Bologna. Vinicio invece fu molto coerente e il suo modo di lavorare e di allenare l’ho fatto anche un po’ mio”. Anche Francesco Graziani, attaccante del Torino tricolore del 1976, ha detto di Radice: “Lo soprannominammo il Sergente di Ferro perché era testardo e ci faceva sgobbare. Lui ci motivava e faceva in modo che non ci arrendessimo mai”.

Pecci in maglia granata (ph. inmarciaperilfila.com)

Pecci in maglia granata (ph. inmarciaperilfila.com)

Infine, non poteva mancare la voce di Eraldo Pecci, regista del Torino 1975/76 di Radice: “Il primo giorno che ho incontrato Gigi? Mi ha guardato il sedere e ha detto ‘che culo signora Maria!’ avevo un sedere che faceva provincia. Bastava guardarlo in faccia che la sua determinazione si vedeva subito. È il miglior allenatore che ho avuto. Il giorno che ci rendemmo conto che potevamo vincere lo scudetto venivamo dalla sconfitta sul campo dell’Inter e siamo tornati a 5 punti dalla Juve e allora Radice, Bonetto e il Presidente sono stati bravi a dirci di crederci ancora confortandoci. Era una bella squadra, con un grande allenatore. Gigi era una persona per bene, quando ti diceva una cosa era quella, era uno che ci credeva e sapeva di avere dei ragazzi in gamba, poi aveva grande esperienza e sapeva come porsi con lo spogliatoio in ogni occasione, sia nelle sconfitte sia nelle vittorie. Radice aveva capito prima degli altri che bisognava attaccare gli avversari e rubare la palla alta per partire in contropiede da più vicino possibile. Il calcio va avanti però, ci furono Rocco, Pesaola, Radice, Sacchi, poi ce ne saranno altri, alcuni di loro non parlano tanto ma avevano grande esperienza di campo. Radice accelerò lo sviluppo del calcio di qualche anno: capì l’importanza del pressing”.

Le testimonianze degli ospiti che hanno definito Gigi Radice come grande uomo e tecnico, hanno permesso di ripercorre un po’ della sua storia. Non a caso Pecci e Colomba lo hanno messo al primo posto fra i migliori allenatori avuti e il figlio Ruggero ha rivissuto quell’epoca in cui era ragazzino con grande pathos, mentre scorrevano filmati e contributi in cui suo padre insegnava calcio, migliorandolo e rivisitandolo. Un precursore, un pioniere forse mai doverosamente ricordato a sufficienza, sebbene il suo calcio abbia segnato un’epoca e preparato quella successiva.

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