Seedorf e Ballardini come Allegri e Pioli? Il rosso accomuna, tra il blu e il nero la differenza è minima


Il parallelismo tra Bologna e Milan, a piani diversi del palazzo del calcio, può continuare. Se i destini di Pioli ed Allegri per ragioni simili hanno avuto lo stesso epilogo, quelli di Ballardini e Seedorf proseguono a braccetto senza soddisfazioni. Ma limitarsi alla guida tecnica per comprendere le enormi difficoltà di entrambe le realtà, sarebbe riduttivo. I problemi hanno origine in cima alla piramide, a livello societario. Guaraldi ha perso ogni tipo di credibilità il 31 gennaio, prima giurando che mai l’avrebbe fatto, poi qualche giorno dopo cedendo Diamanti ai cinesi isolandosi dal resto della società, colpevole a sua volta di non avere ben chiaro come sia giusto comportarsi in momenti cosi cruciali. Il messaggio che ha mandato all’ambiente non solo è quello di presunzione e arroganza, di interesse personale e non di dedizione totale alla causa Bologna, ma anche di debolezza nel fornire futuri facili alibi alla squadra sui quali, inevitabilmente, scaricare le responsabilità. Ballardini, da persona intelligente qual’ è, ha fatto bel viso cattivo gioco minimizzando la pochezza di Friberg ed Ibson, cercando di mantenere le redini di un gruppo che deve cementarsi per sopperire alle oggettive miserie tecniche. In questa direzione vanno interpretate anche le parole del dopo Livorno, esattamente come avvenne oltre un mese fa nel momento della cessione di Diamanti.

Per Clarence Seedorf un inizio disastroso sulla panchina rossonera

Per Clarence Seedorf un inizio disastroso sulla panchina rossonera

E di confusione societaria sanno molto bene al Milan. Il terremoto Barbara Berlusconi ha sovvertito gli storici equilibri che hanno fatto dei rossoneri la squadra più titolata al mondo. Galliani, lasciato solo senza il fedele Braida, deve improvvisamente rendere conto e chiedere permesso, il tutto in un clima fatto di poca chiarezza e di dimissioni consegnate e poi ritirate. Con questi scenari a monte, quanto accade a valle diventa intuibile. I giocatori, forti o scarsi che siano, sono comunque quelli che vanno in campo e consciamente o inconsciamente con queste situazioni intorno diventano più vulnerabili. Le energie sono spese spesso inutilmente e l’attenzione rivolta in troppe direzioni, anziché nell’unica davvero importante: la squadra, il campo. Il parallelismo Bologna-Milan in tal senso fortifica il concetto, perché se in casa rossoblù certifichi la pochezza tecnica di alcuni protagonisti come spiegazione assoluta, in quella rossonera non si può dire non ci siano almeno alcune individualità di eccellenza, ma il risultato è lo stesso con tanta mediocrità prodotta.

Le analisi, se comprese dall’interno, servono “durante” e cioè alla metà superata di marzo, a fermare il declino puntando all’unico obiettivo possibile, salvare il salvabile. Non è tempo di processi, di chi aveva ragione o torto. Infilarsi in questi meccanismi significherebbe sprecare fondamentali energie in aspetti, oggi, non risolutivi. In tal senso le contestazioni, per quanto comprensibili a Bologna come a Milano, non fanno punti, però è vero che possono servire a dare una scossa individuale alle coscienze, soprattutto a quella dei giocatori. Perché se la realtà testimonia che gli input corretti non arrivano da dove dovrebbero arrivare, cioè dall’alto, dai dirigenti della società, possono in momenti di estrema difficoltà trovare espressione in una scossa dal basso. Senza dimenticare però un concetto già evidenziato in passato e a me molto caro, ciò che da subito deve diventare un dogma al fine di evitare scenari peggiori ed irrimediabili, rimandando tutti i bilanci a fine campionato: per vincere ad ogni livello serve che le 5 componenti fondamentali, società, staff tecnico, giocatori, pubblico e stampa remino tutti nella stessa direzione. Non c’è più tempo per sbagliare strategia, è suonata la campana dell’ultimo giro.

Gherardo Resta

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