Settant’anni di “Stadio” nei ricordi dei protagonisti


Lunedì si è svolto un evento celebrativo dei settant’anni della testata Stadio alla presenza di tanti protagonisti degli anni passati e presenti

– di Alberto Bortolotti –

70 anni di Stadio. Celebrati lunedì mattina dall’Ordine presso la sede di Emilbanca con tanti relatori ma soprattutto tanta stampa, sportiva e non, a prendere non solo punti per la formazione obbligatoria ma soprattutto spunti per una professione sì, tanto cambiata, ma anche con similitudini profonde tra passato e presente.

Permettetemi un riferimento personale: l’unico in famiglia che ha a che fare con Stadio solo come lettore sono io. Non ci ho mai scritto, lo enuncio con un po’ di cruccio, e non penso sinceramente che capiterà più. Ci ha lavorato anzi tutto mia mamma, che è l’unica del contesto familiare a non avere avuto luci della ribalta puntate addosso. Faceva la dimafonista, mestiere scomparso, che constava di un registratore vocale, un vinile, le cuffie e una macchina da scrivere. L’inviato dettava (con telefoni fissi e spesso chiamata “rovesciata”, a carico del destinatario: sovrintendeva a tutto la TIMO, antenata di Sip e Telecom), la dimafonista ascoltava, correggeva ove non chiaro, scriveva e consegnava il “pezzo” in tipografia.

Il convegno per i 70 anni di Stadio (ph. Schicchi)

Il convegno per i 70 anni di Stadio (ph. Schicchi)

Facendo quel lavoro si invaghì di una firma, mio padre Alessandro, detto Rino. Tra i fondatori del “verdolino”, estate ’45, macerie belliche ancora fumanti e tanta voglia di fare. Studi da ingegnere nel cassetto, ecco calcio, ippica e tennis, la terza disciplina in pratica appena nata. E Rino si affacciò al nascente Stadio, prima settimanale, poi trisettimanale, infine quotidiano, già dal terzo numero, aggregandosi a uno “squadrone” di firme capitanato dal Direttore Luigi Chierici.

Nel ’63 si unì all’allegra combriccola mio zio Adalberto, proveniente da Tuttosport, dove era una giovane star (13 anni più “cinno” di suo fratello Rino), già inviato alle Olimpiadi romane a 24 anni. Non a caso, entra in squadra proprio l’anno dello scudetto. Sale a poco a poco i gradini gerarchici fino a diventarne direttore. Assisterà poi alla “morte” dell’autonomia del quotidiano quando viene venduto da Monti, proprietario del Carlino, al romano Amodei. Ed emigrerà al Guerino, che dirigerà.

Ecco, tutte queste vicende sono state raccontate lunedì mattina. Oltre ai contributi di uno squillante Civ, di un attento Musi, di un paterno Ciccarelli, di un fantasioso Parisini e, per l’età contemporanea, del capo redattore Bartolozzi  (tutte firme del giornale in oggetto), ecco Italo Cucci e Adalberto Bortolotti, i “dioscuri” dell’informazione sportiva petroniana, entrambi proiettati ai vertici del sistema massmediatico nello sport.

Da entrambi è fluita copiosa la massa dei ricordi: i tanti colleghi architrave del giornale (Bardelli, Turrini, il “mio” Alfeo Biagi, Roveri, Ronchi, Mioli), i tipografi, gli uscieri, le goliardate, la lotta all’assurdo caso doping, le innovazioni, le notti da Cesari o Rodrigo, la “polisportività” come un valore, il night a fianco, l’Europa che cambiava vista a seguito di Bologna, Virtus (no, la Fortitudo, mi spiace, all’epoca non esisteva o quasi), Cavicchi, Bartali e Coppi, piuttosto che non Ercole Baldini.

Non è stata una lezione, ma una serie di testimonianze. E hanno fatto percepire che quello era un mondo con miliardi di difetti, ma tanta umanità e contatto diretto.

 

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