Sochi 2014: dov’è finito lo spirito olimpico?


Mancano ormai 24 ore alla inaugurazione dei XXII Giochi olimpici invernali, che si svolgeranno sulle rive del Mar Nero a Sochi (Russia) dal 6 al 23 febbraio, e se durante il suo lungo tragitto la fiamma olimpica si è spenta più di un paio di volte, lo stesso non si può dire per le polemiche sulle leggi russe che discriminano le persone lgbt, ovvero gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Chi pensava che lo “spirito olimpico” fosse in grado di stemperare le proteste è destinato a ricredersi, e l’attenzione mediatica non ha fatto altro che ingigantire il problema, rendendo il dibattito internazionale e coinvolgendo alte sfere della politica, fino a capi di Stato di molti Paesi occidentali. Così purtroppo la cronaca sportiva diventa altro, qualcosa che non ha a che fare con le gare di velocità sugli sci o con la danza sul ghiaccio. D’altra parte il contesto russo è chiaro al mondo: a più di 20 anni dalla fine dell’Unione Sovietica si vive ancora una situazione che la candidata al Nobel per la Pace, Lyudmila Alexeyeva (85enne attivista per i diritti umani) ha definito “un precipitare verso un nuovo Medioevo”.

Lyudmila Alexeyeva, candidata Nobel per la Pace 2013

Lyudmila Alexeyeva, candidata Nobel per la Pace 2013

La legislazione attuale prevede il divieto di propaganda omosessuale, è vietato parlare in difesa degli omosessuali e a Mosca sono arrivati perfino a vietare per i prossimi 100 anni manifestazioni come il Gay Pride. Inoltre non esiste alcuna legge che tuteli le persone lgbt dai cosiddetti “crimini d’odio”, ovvero a sfondo discriminatorio, e questo in un Paese dove il 74% della popolazione intervistata da un progetto di ricerca afferma che l’omosessualità non deve essere accettata dalla società (per capirci, i risultati italiani descrivono una situazione opposta, con percentuali al 18%), e una persona su 5 è addirittura convinta che gli lgbt vadano internati. Ora verrebbe da chiedersi che cosa c’entri tutto ciò con le Olimpiadi, ma in fondo la risposta è più scontata di quanto si creda sia per ragioni etiche che economiche: per definizione una gara sportiva è una competizione nella quale tutti i partecipanti sono uguali, almeno ai nastri di partenza, e gli atleti vengono giudicati in base ai risultati ottenuti. Invece navigando in rete in questi giorni ci si può imbattere in dichiarazioni come quella del sindaco di Sochi, Anatoly Pakhomov, che ha sentito il bisogno di escludere davanti alla stampa che nella sua città ci sia anche un solo gay: “Non ne abbiamo in città- ha detto alla Bbc- ma tutti saranno i benvenuti, la nostra ospitalità sarà estesa a tutti coloro che non cercheranno di imporre le proprie abitudini e la propria volontà”. Come dire: sì, siete i benvenuti, ma non vi azzardate a parlare di omosessualità in giro, perché qui non ne vogliamo sapere niente. Pakhomov pare aver dimenticato che la sua città è sede ospitante, ma gli atleti il diritto di partecipare ai Giochi se lo sono guadagnato sul campo e non per sua benevolenza. Il Comitato olimpico internazionale (Cio), poi, non è che si sia dato da fare troppo per stemperare i bollenti spiriti. Agli atleti è stato infatti proibito di protestare sul podio contro le leggi discriminatorie russe, semmai sarà possibile farlo in conferenza stampa, preservando così l’immagine immacolata del piedistallo olimpico, degli inni e delle bandiere che si innalzano al cielo dopo la vittoria dell’atleta.

Proteste lgbt contro il premier russo Valdimir Putin

Proteste lgbt contro il premier russo Valdimir Putin

Viceversa alcuni capi di Stato non sembrano soffrire della stessa ipocrisia: Barack Obama non presenzierà ai Giochi e al suo posto manderà una delegazione di ex campioni dichiaratamente gay, non ci saranno nemmeno il premier britannico Cameron, il francese Hollande e la tedesca Merkel. Invece, ha deciso di andare in tribuna d’onore in occasione dell’inaugurazione il nostro Enrico Letta, che ha motivato la sua presenza spiegando di aver preso questa decisione “per sottolineare la candidatura italiana di Roma alle Olimpiadi del 2024”. Insomma, “bisogna essere a Sochi per cominciare a far marciare questa candidatura”, continua il presidente del Consiglio che però assicura di voler ribadire “con nettezza la contrarietà a qualsiasi normativa discriminatoria contro atleti gay”. Ed ecco che le ragioni etiche cedono il passo a quelle economiche. Ed ecco che Letta si troverà a dover affrontare l’ennesima spaccatura interna al suo partito, perché nel Pd c’è chi si augura che ci ripensi, facendo notare che non si contrasta certo così la politica discriminatoria di Putin contro gay e minoranze.

l'Italtennis 1976 a Santiago del Cile con la Coppa Davis

l’Italtennis 1976 a Santiago del Cile con la Coppa Davis

In Italia è già accaduto che lo sport abbia messo la politica in una posizione scomoda: in Cile nel 1976 l’Italtennis di Panatta e Barazzutti conquistò la Coppa Davis nello stadio dove tre anni prima il dittatore Pinochet aveva imprigionato migliaia di oppositori, facendo dell’Estadio National de Santiago una prigione a cielo aperto. Nel 1980 si decise di lasciare a casa gli atleti militari e presentarsi ai Giochi di Mosca solo con gli altri. E domani Sochi. Il soldo danneggia lo spirito, direbbe qualcuno. Così, mentre Letta sarà a braccetto con Putin sul palco inaugurale, a Roma e in altre città italiane verranno organizzate manifestazioni di protesta: Fabrizio Marrazzo (portavoce di Gay Center) ne annuncia una davanti all’ambasciata russa, dove verrà esposta una grande bandiera lgbt di sette metri. Questa sera alle 19 a Bologna tocca invece all’Arcigay protestare mobilitando la cittadinanza con un flash-mob in piazza Maggiore. Poi finalmente Sochi e lo sport e le gare e le vittorie. Senza dimenticare però cosa sono le Olimpiadi e che senso hanno: se 2500 anni fa erano in grado di fermare le guerre adesso non fermano nemmeno le polemiche, ma forse è giusto così.

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