Stacchini: “Il Bologna mi provò tre volte, ma aveva scelto Pascutti…”


Gino Stacchini, ex giocatore di Juventus, Mantova e Cesena, si è raccontato al “Pallone Gonfiato Monday Night” dove ha ripercorso la propria carriera fra aneddoti e storie

– di Massimo Righi –

Stacchini con la divisa della Juventus (ph. Wikipedia)

Stacchini con la divisa della Juventus (ph. Wikipedia)

Nel corso del Pallone Gonfiato Monday Night andato in onda ieri sera dalle ore 21 su Telecentro per la serie “In campo col Campione” e giunto alla nona puntata, Gino Stacchini è stato ospite di Alberto Bortolotti, che grazie all’idea ed ai filmati di Marco Dall’Olio, ideatore e promotore della puntata, ha ripercorso la propria carriera fra aneddoti, ricordi e retroscena inediti. Classe 1938, nativo di San Mauro Pascoli in Romagna, Gino Stacchini è stato una bandiera della Juventus con cui ha giocato dal 1954 fino al 1967, prima di concludere la carriera con la casacca del Mantova e del Cesena. Per lui anche 6 presenze e ben 3 reti in Nazionale ed una bacheca di trofei di un certo rilievo, avendo vinto 4 scudetti e 3 Coppe Italia, tutti con la Juventus. Marco Dall’Olio, dopo i ringraziamenti a Stacchini per il notevole contributo di emozioni e ricordi che ha portato in dote nella puntata ha parlato di lui come un simbolo per i ragazzini della sua epoca: “Nel mio paese, quando giocava Gino, c’era un ragazzo lo ammirava e che per questo veniva soprannominato Stacchini. Gino era velocissimo e ricordo che i difensori si lamentavano perché non riuscivano a prenderlo per picchiarlo”. Dall’alto dei suoi 77 anni, Stacchini ha ripercorso la carriera da calciatore fra ricordi lucidi e dettagliati, regalando anche diverse storie inedite. Ascoltare un uomo d’altri tempi raccontare un calcio d’altri tempi, scevro da odio e ricco di valori e sentimenti fa riassaporare un’epoca passata dove il calcio era molto più genuino e slegato dai soldi di quanto non lo sia adesso: “Mio padre non voleva che giocassi a pallone, dovevo nascondere le scarpe per non fargliele vedere”.

La sua avventura inizia nel 1954 con l’approdo alla Juventus, dove rimarrà fino al 1967 totalizzando 236 presenze e 44 reti complessive: “Appena arrivato feci un anno nella squadra Primavera, mentre l’anno dopo giocai 7 partite in prima squadra”. L’arrivo alla Juventus avviene dopo alcuni provini fatti anche con il Bologna: “Erano 3 o 4 volte che Pasti, l’osservatore del Bologna, veniva a vedermi a Forlimpopoli dove frequentavo le magistrali. Feci anche due gol in uno di questi incontri ma non mi presero. Verso la fine della stagione, mi convocano a Torino per fare un provino con la Juventus; non andò benissimo ma al termine mi fecero fare i 100 metri con Boniperti. Vinsi io perché io ero svelto e così mi fecero firmare il contratto in sede. Poi scoprii perché non andai al Bologna…avevano già preso Pascutti nel mio ruolo”. Ma che differenza c’era fra Stacchini e Pascutti? “Eravamo totalmente diversi; io ero più estroso, dribblomane e tecnico, mentre lui era concreto, sostanzioso, più forte fisicamente, di testa e di piede. Poi aveva una scelta di tempo eccezionale, non aveva paura di niente e aveva un gran senso del gol”. Ma stando in tema rossoblù, Stacchini ha ricordato il Bologna quando lo incontrava da avversario: “Ho affrontato diversi tipi di Bologna. Prima c’era quello degli slavi fatto di grandi campioni capaci di grandi giocate individuali, poi c’era quello degli anni ’60 che aveva più gioco di squadra pur essendo composto da grandi giocatori, che finalizzavano un gioco ben strutturato”. Nell’agosto 1957 ci fu un’amichevole al Dall’Ara fra Bologna e Juventus dove i rossoblù vinsero addirittura per 6-0: “Avevamo dato l’illusione di essere una squadretta, poi però vincemmo lo scudetto. Quella squadra era formata da ragazzi che venivano dal settore giovanile, me compreso, che crebbero venendo da un’annata a ridosso della zona retrocessione. Poi c’era stato il problema dell’inserimento di giocatori come Sivori e Charles”.

Stacchini è il primo da destra, al suo fianco Sivori (ph. tifobianconero.it)

Stacchini è il primo da destra, al suo fianco Sivori (ph. tifobianconero.it)

Iniziò così l’avventura di Stacchini alla Juventus: “Arrivai a Torino in treno e un dirigente, Zambelli, mi disse di mettere sotto il braccio la Gazzetta dello Sport per farmi riconoscere in stazione. Come mai? Mi spiegò che tutti quelli di Torino avevano con loro Tuttosport, mentre chi veniva da fuori aveva la Gazzetta: un segnale inequivocabile. L’impatto fu duro, perché non ero stato mai oltre Forlimpopoli, ma Torino in quel tempo era una città in crescita, grigia, che si stava ampliando molto, oltre che ad aprirsi ai lavoratori che provenivano dal sud. Pensate: lasciai tre amici con i quali ero solito giocare alle carte a casa mia. Da agosto a dicembre, stando a Torino, non potevo più farlo e questo mi intristiva molto. Finalmente tornai a casa per le vacanze per 15 giorni, ero felicissimo, quando scoprii che mi avevano rimpiazzato. Da quel momento smisi di dispiacermi e tornai a Torino anche prima della fine della licenza”. Erano tempi più semplici, dove ci si legava a piccole cose che però significavano molto. Ljubisa Brosic fu l’allenatore che lo lanciò nella Juventus: “I miei compagni di squadra erano andati in prestito e prendevano più di me, così io mi lamentavo con Boniperti perché non ero stato mandato anch’io, non tanto per i soldi quanto per mettermi in mostra. Lui però mi disse che non avevo bisogno di andare da nessuna parte. L’anno che venne Sivori, che aveva la mania di arrivare in porta col pallone, faceva fatica a dare sfogo al suo gioco spettacolare perché i cross perfetti che faceva Stivanello, erano più adatti al gioco di Charles. Sivori invece cercava lo scambio rapido, quindi si trovava meglio con me. Quando cominciavamo a giocare io e Sivori negli spazi stretti, Charles si lamentava. Se il nostro gioco portava al gol nessuno diceva niente ma se non si riusciva a segnare mi mettevo a crossare per Charles e lui la risolveva di testa. Si può dire che mantenevo l’equilibrio fra due grandi campioni ”.

Il danese Praest è stato fonte d'ispirazione per Stacchini (ph. Wikipedia)

Il danese Praest è stato fonte d’ispirazione per Stacchini (ph. Wikipedia)

Come tutti, anche Stacchini aveva un riferimento: “Ero simile a chi stimavo, perché avevo il senso del dribbling, della finta come Praest. Lo vedevo giocare ed era quello a cui mi ispiravo. Non sono diventato come lui, ma ho fatto qualcosa in più sotto il profilo del dribbling. Sono stato gratificato dal fatto che da quando esordii per sette partite successive del campionato 1955/56, spostarono Praest all’ala destra per fare giocare me a sinistra”. In squadra con Stacchini c’era anche Omar Sivori, personaggio con un carattere spigoloso: “Era un guascone, un goliardico. Si esaltava quando il pubblico godeva delle sue giocate anche se a volte esagerava nell’irridere l’avversario, ma questo lo faceva quando veniva provocato”. Era un calcio con altri costi, altri affari ed altri stipendi: “Nel 1957/58, il primo anno che giocai in prima squadra stabilmente, prendevo 2 milioni all’anno, 160-170 mila lire al mese. Erano soldi, ma quelli che andavano in prestito prendevano molto di più. Poi c’erano i premi anche allora e Gianni Agnelli che contava parecchio, ogni tanto passava mentre eravamo in doccia e ci lasciava un assegno nel taschino, dell’importo che secondo lui meritavamo: non c’era bisogno di chiedere, la politica era che se facevi bene venivi ricompensato. Poi l’anno dopo si firmava il rinnovo del contratto sulla base di com’eri andato l’anno prima”.  Un profilo, quello di Agnelli, che richiama alla mente altri presidenti galantuomini come Orfeo Pianelli del Torino, ma anche i Moratti dell’Inter e Paolo Mantovani della Sampdoria, citati da Pecci e Pagliuca nelle precedenti puntate di “In campo col campione”. Di certo in quegli anni, il rapporto umano fra il giocatore e l’allenatore o la società era molto più schietto, diretto e genuino.

Dopo il primo periodo di grandi vittorie, la Juventus in cui gioca Stacchini vive un momento di difficoltà e non vinse un campionato per sei stagioni: “Boniperti smise, Charles andò via ed ebbe dei problemi familiari. La squadra perse quindi due capisaldi, poi altri di noi erano calati, l’allenatore fu mandato via e senza Cesarini, Sivori non giocava più come sapeva: inoltre aveva litigato con Boniperti per un discorso di leadership. In sostanza, vennero fuori alcune problematiche interne. Poi anche la famiglia Agnelli si era un po’ defilata e non essendo presente come prima la squadra ne risentì. Ma nella diatriba Boniperti-Sivori per la leadership, Boniperti manovrò la messa in ombra di Sivori tramite gli allenatori, come Heriberto Herrera. Era un uomo di grande personalità e qualità, che si era creato un posto dal nulla nella Juventus”. L’importanza della testimonianza di Stacchini che ricorda anche la poesia su Boniperti, uomo di spessore nella Juventus e nel calcio italiano, arricchisce e rende l’idea del personaggio che era all’epoca e del peso specifico che aveva nel club. Una similitudine del calcio dell’epoca di Stacchini in relazione al calcio d’oggi, viene suggerita dall’impegno delle squadre in Coppa Italia, spesso vista come d’ostacolo al campionato: “Era vista come una fatica supplementare, perché bisognava prendere il treno, ci si metteva del tempo, scombussolava la partita domenicale perché non c’erano cambi; inolte bisognava spostare i bagagli, lavare e stirare la roba…non c’era il tempo. All’epoca non c’era quasi niente rispetto ad oggi, facevamo tutto noi. Le scarpe le pulivamo da soli e ognuno le personalizzava a seconda delle esigenze: chi metteva il sottotacco, chi faceva il ritocco, erano un indumento impegnativo e andava curato”.

Stacchini è l'ultimo accosciato a destra. Sivori si appoggia a lui (ph. Wikipedia)

Stacchini è l’ultimo accosciato a destra. Sivori si appoggia a lui (ph. Wikipedia)

Il capitolo Nazionale era delicato all’epoca di Stacchini per via dei molti cambi di guida tecnica. “Nel 1959 abbiamo avuto la triade, Massa, Herrera e Viani. Nel 1962 in Cile andarono i nostri oriundi ma c’era molta confusione, si dice che anche i giornalisti facessero la formazione: c’era anche molta politica. Inoltre, c’erano anche le correnti di pensiero influenzate dalla stampa che indirizzavano le cose in un certo modo: non c’era continuità. Poi le cose cambiarono fortunatamente. In Nazionale ci conoscevamo tutti perché venivamo dalle giovanili delle stesse. Poi spesso andavo a mangiare con i giocatori del Torino dei quali ero amico e quindi ci si conosceva tutti. Ogni tanto si andava anche nel “covo” degli avversari a mangiare, non c’era l’odio che c’è adesso, era diverso”. A tal proposito Stacchini ricorda anche Edmondo Fabbri, CT della Nazionale dal 1962 al 1966: “Era stimato e aveva un curriculum di tutto rispetto. Era diventato importante perché era l’ultima cartuccia in mano alla Federazione, dopo averle tentate tutte. Gli stessi problemi che ci sono oggi c’erano anche allora, per certi versi”. Fra tutti gli avversari affrontati in carriera, Stacchini ne ricorda uno particolarmente arcigno, che corrisponde a quello citato da Pascutti: Burgnich era insuperabile, forte fisicamente. Ma ce n’erano tanti altri come Nordhal, Schiaffino, Liedholm, Hamrin. Julinho? Era lineare, bravo nel dribbling e concreto. Intimoriva l’avversario con la sua personalità. Ma ricordo che in generale quando si giocava contro le squadre del sud era difficile perché erano aggressive, l’ambiente ti intimoriva, i campi erano in terra battuta con poca erba ed era quindi un miracolo portare via la posta in palio”.

Stacchini con Sandreani al Padova a inizio anni '90 (ph. mattinopadova.gelocal.it)

Stacchini con Sandreani al Padova a inizio anni ’90 (ph. mattinopadova.gelocal.it)

La carriera di Stacchini si esaurisce fra Mantova, 15 presenze in A nel 1967/68 e due anni in B a Cesena dal 1968 al 1970: “A Mantova arrivai che avevano già smantellato la squadra perché Sormani era andato via, Zoff pure: arrivammo io che però avevo male a un ginocchio e Di Giacomo. A Cesena ero a casa: un ambiente bellissimo con un presidente, Manuzzi, attualissimo, innovatore nelle sponsorizzazioni, che con poche risorse arrivò in A e pure nelle coppe. Era modesto ed era un uomo con grandi qualità.”. Una volta appesi gli scarpini al chiodo “senza essere mai ammonito”, Stacchini ha allenato l’Avezzano, il Padova e il Santarcangelo: “A Padova con Sandreani avevamo lo spirito giusto, andammo in A anche dopo le cessioni di Del Piero e Di Livio, ma avevamo Vlaovic, Lalas e Kreek. Rimanemmo in A e ci divertimmo: vincemmo anche a Torino contro la Juventus per 1-0 nel 1995 con una bellissima punizione di Kreek, anche se la Juventus sbagliò tanto. Loro comunque vinsero il campionato e noi ci salvammo”.

Gino Stacchini si è rivelato un prezioso ospite, che andato ben oltre la carriera che lo precedeva. Estremamente signorile, sorridente, genuino e con una memoria da fare invidia a chiunque, Stacchini ha portato diverse testimonianze e paralleli con un calcio d’altri tempi che ha molto da insegnare a quello odierno. L’emozione nel ricordare gli aneddoti, la bravura nel curare i dettagli degli episodi e la grandissima semplicità di allora riportata ad oggi, dimostrano come i grandi campioni del calcio che fu, sono anche grandi uomini, incontaminati dall’opulenza e dall’ipocrisia che ha intaccato uno sport tanto semplice e alla portata di tutti come il calcio.

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