Un cronista al cospetto dei protagonisti dello sport. Bello carpire motivazioni e riflessioni che ti offrono portieri o terzini giramondo. Il Bologna, per esempio, ha in rosa giocatori troppo poco considerati


Nell’ultima settimana, grazie al format della trasmissione “L’Infiltrato Speciale”, in onda su Radio International Bologna, ho avuto l’opportunità di cerchiare col pallino rosso uno di quegli obiettivi che ogni giovane apprendista giornalista, speaker, scribacchino in erba dovrebbe sognare al giorno d’oggi e forse al giorno di domani: quello di un’ intervista esclusiva ad un giocatore professionista. Con tredici anni di militanza e dieci di tesserino alle spalle, posso candidamente affermare di averla vissuta diversamente ma in maniera altrettanto interessante.

Dalla prima volta in cui gli amici Lucia e Ivano di Ciao Radio mi misero in mano un microfono e una musicassetta vergine per andare a premere “Rec” e registrare le voci degli idoli locali in una spumeggiante Basket City, il lontano (ahimè) 2000, i tempi sono cambiati eccome, e posso dire di aver avuto la fortuna di cogliere la sostanza del passaggio, vivendolo in prima persona. Ero un cinnazzo con forse un minimo di competenza e certamente poco carisma, non legavo coi colleghi più adulti e navigati, mi intimidivo al cospetto di Pilutti e Smodis, o alle pendici di Savic e di fronte al tremebondo Messina, che dal canto loro si fermavano di prassi quotidianamente negli androni delle rispettive palestre a rispondere anche a me (a me?!) e alla mia inadeguatezza più o meno manifesta. Fu il mio modo di fare gavetta: sudarmi ogni parola palpitando ad ogni esitazione del “campione” che avevo davanti, prendere buchi, farmi fregare sul tempo le domande più incalzanti da futuri colleghi più svegli, vedermi rifiutare richieste d’accredito, percepire che in pochi sapevano il mio cognome, figurarsi il nome di battesimo.

In quegli anni di sfarzo e vanità sportiva, da un dì all’altro gli equilibri si inclinarono dopo una sconfitta pesante della F: basta con le interviste libere, basta con gli allenamenti a porte aperte, parla uno e uno solo, e il quando lo decidono gli addetti stampa. Ci si è adeguati, tutti, ai risultati sempre più acri, alla comunicazione sempre più masterizzata, ad una divinazione del protagonista-in-campo a mio avviso totalmente distorta rispetto a quello che più realisticamente dovrebbe essere. Ci si è seduti, tutti noi giornalisti, forse poco stimolati dalla solita solfa che dovevamo per forza di cose ascoltare e riportare. Di contro quelli che andavano in campo, verde o parquet, hanno conquistato uno status sociale e professionale sempre più glamour e patinato e un grado di inavvicinabilità da farmeli risultare, oggi più di allora, davvero inadeguati al loro compito e ruolo. Tanti anni dopo quelle fatiche per raccattare 12 minuti da mettere in onda, ammetto di rispettare, stimare, ma non di invidiare i giovani colleghi che oggi vengono proposti da subito sulle colonne dei quotidiani, quelli che hanno già una firma e una riconoscibilità, perché corrono il rischio (e vaglielo a spiegare) di trovarsi domani a dover portare a casa servizi su argomenti ben più difficili, inconsueti, impopolari, sgraditi, e non avere quella base di tolleranza a pane&cipolle necessaria. Ragazzi, non è una critica a voi ma una constatazione di sistema, ci tengo a precisarlo.

Digressione terminata, promesso.

Gli 1vs1 con tre esponenti della prima squadra del Bfc che tempo addietro mi avrebbero (in)giustificatamente emozionato, mi hanno lasciato spunti di riflessione e di interesse quasi solo dal punto di vista comportamentale e empatico, o, usando un parolone dopo una strizzatina d’occhio a google, antropologico.

 

Dejan Stojanovic durante un allenamento.

Dejan Stojanovic durante un allenamento.

Dejan Stojanovic fisicamente è un colosso, ha una faccia-da-portiere, una convinzione più che sufficiente in sé stesso, e mi ha buttato lì una confidenza, a microfono aperto sia ben chiaro, su una dinamica da spogliatoio che mi ha lasciato un retrogusto di perplessità. Nulla di eccezionale, ma che Stefano Pioli non abbia mai parlato ai tre portieri per stabilire gerarchie iniziali, né ad Andalo, né a Sestola, né su whatsupp o con penna e calamaio, quando non credo ci sarebbero state grosse crepe da riparare nel morale di nessuno dei 2 inizialmente esclusi dal titolariato, è una scelta, un metodo forse, e ci può anche stare. Cioè: io un dialogo con i miei giocatori cercherei di averlo ben chiaro, ma sono affari suoi/loro e non giudico, semmai denoto e riporto. Ma, quando lo stesso Mister parlando dell’ombrosa situazione-Acquafresca si lascia andare ad un “lui sapeva da subito quali erano le gerarchie”, mi chiedo, forse puerilmente, come funzioni la gestione di uno spogliatoio. E se il momento del Bologna (25 partite, 3 vittorie) sia anche figlio di un distacco motivazionale da parte di alcune ruote del carro, perennemente deputate al ruolo di scorta se non di zavorre.

La mezz’oretta con Josè Crespo mi ha lasciato l’idea di un ragazzo raro da un punto di vista di intelligenza sopra la media, garbo quasi imbarazzante, e umiltà. Troppa. Lo ritengo un buon calciatore che ha fatto vedere pochissimo, che non ha mai rotto le scatole a chi non lo ha fatto giocare, che si impegna e spera un giorno forse-quasi-in qualche modo-ma-se-però-circa-che lo notino e lo caccino dentro con licenza di sbagliare: non funziona così, purtroppo. E uno spagnolo della mia amata Andalucia, originario di una terra sperduta e profonda, di un borgo a uno sbanderno di chilometri dalla Reale Siviglia che mi dice “a Verona ho passato una stagione piuttosto peculiare” non lo dimenticherò facilmente, come lo sguardo basito che ci scambiammo reciprocamente con Federico Frassinella dell’ ufficio stampa. Un calciatore a cui non viene passato un pallone giocabile in tre partite su cinque giocate da titolare, anche se libero, anche se ha corsa, che ti spiega che “i nostri centrocampisti sono quai tutti destri, a loro viene piu naturale girare il corpo e lanciare sulla fascia sinistra”, è una testa di un certo livello. Da considerare, mi auspico.

Infine, György Garics. Il piu scafato, il più furbo nel senso di mestierante, forse il più prototipo di calciatore moderno, e non è per forza un’accezione negativa sia chiaro. Quello che sa cosa dirti anche se non sa cosa gli stai per chiedere, quello che con la cortesia del caso premette di non avere molto tempo a disposizione, quello che 13 anni fa mi avrebbe fatto tergiversare, e desistere dal mio tentativo di pressing. Non è stato così, l’altro giorno, e mi ha fatto piacere, non per me che vivo uguale ma per lui che non è scappato di fronte alle mie insistenze. Io resto della mia lui della sua ma ce le siamo dette, è stato l’unico vero “match” ed è finito con una patta. Forse. Nel senso che lo sapremo a maggio, e spero tanto di dover dar ragione a lui…    

Leo Vicari

 

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