Serie A

Milan, il bel gioco non basta! La vittoria è l'antidoto contro la discontinuità

Tiziano De Santis
24.09.2018 13:58
La lente di ingrandimento sui lineamenti delle due facce del Diavolo: l'eleganza del bel gioco da un lato, le rughe marcate per i punti persi per strada dall'altro. I motivi del bipolarismo rossonero e l'antibiotico giusto per la risalita in classifica"Vittoria": una parola così piccola ma capace, nello stesso tempo, di trasformare radicalmente l'umore di un Milan giovane, forte, ma ancora incapace di mostrare tutto il proprio valore per 90 minuti consecutivi. Già, perchè il fuoco del Diavolo da un lato divampa sempre di più a causa dei pochi bottini pieni conquistati da agosto ad oggi, dall'altro, però, cova dentro la testa e i pensieri della squadra e di Gennaro Gattuso in attesa di avere via d'uscita. I rossoneri, quando giocano a calcio, lo fanno bene: azioni corali, cambi di fascia continui, sovrapposizioni dei terzini, raddoppi di marcatura, possesso palla importante e, statistiche alla mano, un'ottima percentuale di passaggi riusciti (88,5%, la migliore in Serie A). Eppure qualcosa non va, o meglio non va sino in fondo, perchè l'intero ecosistema sopracitato riesce a durare, nella propria perfezione, solo 45-50 giri d'orologio. Dato preoccupante, quest'ultimo, dal momento che i due fattori chiave di una partita sono i 90' e la presenza degli avversari sullo stesso campo di gioco. Ecco, dunque, che Milan-Atalanta altro non è che l'emblema dello stato psico-fisico degli uomini di Gattuso, capaci di produrre un gran calcio per l'intero primo tempo e di calare sensibilmente nella ripresa. Il risultato? Un pareggio in extremis da parte dei bergamaschi, i quali hanno dimostrato di crederci fino all'ultimo nonostante le difficoltà e lo svantaggio arrivato per ben due volte nella gara. Il Milan, dal canto suo, è stato anche sfortunato in più occasioni, vedi il palo di Bonaventura, il gol dell'ex Atalanta annullato per fuorigioco e quello mancato sotto porta da Çalhanoğlu. Ma il treno della fortuna, nel calcio come in ogni sport, arriva quando tu le vai incontro, quando la cerchi, quando non ti schianti sul muro della paura e della timidezza. Non è un caso che quando una squadra allunga le proprie linee e non gioca più in 20-30 metri, il minimo errore sia pagato con un gol degli avversari. E' successo proprio questo ieri ai rossoneri, nel primo tempo tutti coinvolti sia nella manovra offensiva che in quella difensiva, a partire da Donnarumma per finire a Higuain (suo il gol dell'1-0 dopo soli 2 minuti di gioco), passando attraverso la solidità di un Biglia impiegato a tutto campo, la tecnica di un Suso bravo anche nel triplicare la marcatura di Calabria e Musacchio su Gomez, la spinta sulla fascia e i cross del terzino 21enne dell'Under 21 italiana, i solidi strappi di Kessie, gli inserimenti di un Bonaventura particolarmente inspirato. L'unico giocatore al di fuori dell'orchestra di Gattuso è sembrato Hakan Çalhanoğlu, sicuramente al di sotto dei propri standard. Nel secondo tempo, i cambi ordinati da Gasperini e la stanchezza del Milan hanno partorito il 2-2 finale, evidenziando tutti i limiti del Diavolo: la squadra si è allungata, i raddoppi non hanno mai funzionato, la stanchezza si è fatta sentire e ha causato da un lato la paura di prendere gol e dall'altro la poca lucidità sotto porta nonostante il momentaneo 2-1 di Bonaventura. Il definitivo pareggio di Rigoni è il simbolo degli errori di questo Milan: difesa completamente schiacciata, marcature inesistenti su Duvan Zapata prima e su Emiliano Rigoni subito dopo. Se Musacchio perde il colombiano sul cross dalla destra, Abate fa ancora peggio, stringendo troppo la diagonale sul numero 91 nerazzurro e preoccupandosi di segnalare un fuorigioco inesistente al momento della ribattuta in rete di Rigoni. L'analisi di Gattuso a fine gara parla chiaro: "Siamo una squadra a due facce. Sta succedendo da quattro partite a questa parte, a tratti giochiamo un buon calcio, ma non basta, dobbiamo fare di più. Giocar bene non basta e non è sinonimo di vittoria, duriamo troppo poco.  So che giochiamo bene, ma adesso preferirei giocare male e avere più punti in classifica". E allora cosa si può fare per limare il gap con le prime quattro della graduatoria? Semplice, almeno a parole: continuare a lavorare duro, cercare di raggiungere nel minor tempo possibile una migliore condizione atletica per giocare corti nell'intero arco di un match ed essere più cinici sotto porta per chiudere prima le partite. Tutto questo è racchiuso in un unico verbo: "vincere". Perchè solo vincendo ci si può autoconvincere delle proprie forze, crescere come gruppo, trovare il mordente giusto per ammazzare gli avversari anche nei momenti di difficoltà e risalire la china di una classifica che non può e non deve condannarti al 13° posto, se ti chiami Milan.

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